CASORIAINRETE



"diffondere la verità è altrettanto importante che scoprirla"


mercoledì 23 luglio 2008


Bianco Rosso e Verde (paura, rabbia e livore). Ecco il tricolore di Bossi.

Sono passati appena tre mesi dalla vittoria della PDL del 13-14 aprile e già ritornano, come in un remake di un film già visto, i soliti problemi del centrodestra. Sono quindici anni oramai che il tema della giustizia e della riforma della magistratura accende il dibattito ogni qualvolta Berlusconi si affaccia al governo dell’Italia. Quindici sono gli anni che da forza di governo la LEGA NORD, chiede il federalismo, solidale o scissionista, maccheronico o padano che sia. Non parliamo di riforma elettorale, che a detta di tutti, deve partire dall’eliminazione fisica dell’attuale "Porcellum" di Calderoni (ex ministro leghista), in pratica tutti vogliono di nuovo la preferenza per rivendicare la propria vocazione democratica. Invece apprendiamo, dagli organi di stampa, che il governo Berlusconi è orientato a proporre le liste bloccate anche alle europee del 2009, con sbarramento al 5%; in pratica il tentativo di annientare l’ultimo baluardo dell’antiberlusconismo, l'Italia dei Valori di Antonio di Pietro. Sono, usando un eufemismo, attitudini o più volgarmente difetti o vizietti di un’alleanza di governo. Sono sempre loro, sempre uguali, sempre gli stessi, con qualche anno in più, qualche acciacco in più, qualche capello bianco in più, per qualcuno, qualche capello in più, addirittura per qualcun altro miracoli della politica nostrana. E’ il centrodestra italiano, volgare, grossolano, kitch, difensore del libertinaggio puro, del garantismo pro-delinquenti, a favore delle classi forti. Ma se Sparta piange, Atene non ride. Tre sono state le occasioni per affossare questo modo ridicolo di affrontare il governo di una nazione e per ben tre volte i compari del centrosinistra invece di valorizzare una maggiore qualità di governo, di difendere temi e principi cari a coloro che li avevano portati al governo della nazione, per far scomparire definitivamente il Cavaliere ed i suoi alleati, i vari D’Alema, Prodi, Dini, Mastella, Bertinotti, Pecoraio Scanio, Boselli, Veltroni, Rutelli, Diliberto, hanno pensato agli interessi di bottega, botteghino o retrobottega, scusate dimenticavo il campione per eccellenza, il nostro Antonio Bassolino. Ecco cos'è l’Italia politica d’oggi, due schieramenti che si alternano a rovinare la nazione con il più grande patrimonio artistico, naturale, culturale del mondo. Siamo in tanti a non rassegnarci, a non abituarci all’idea che chi ci deve rappresentare sia gente al di sotto delle qualità medie degli italiani, scelti nelle corti dei partiti, non per merito ma per vassallaggio, estranei alla nostra società civile, seria capace e produttiva. Da italiano penso che il gesto di Bossi, che solo in Italia può essere uomo di governo in ogni altra parte del mondo sarebbe un povero diavolo, non mi offende. Le sue uscite le conosciamo bene e fanno parte del ruolo che da quindici anni nei vari shows estivi propone alla platea leghista a Pontida. Quello che fa paura e rabbia, è il livore verso simboli e valori che non ha peso nelle responsabilità negative della nostra nazione, il Tricolore e l’inno di Mameli, sono patrimonio storico dei padri fondatori dell'Italia, del Risorgimento di Cavour, Mazzini, Garibaldi e di Cattaneo.
Comunque tanto per restare in tema, sentite il bla-bla-bla dei padroni della politica nazionale.

Il Mattino 22.06.2008

Tutti contro Umberto Bossi, a Montecitorio come a Palazzo Madama: sia gli esponenti dell’opposizione senza eccezione, che hanno sollecitato, come Walter Veltroni, il premier a condannare in aula il ministro oppure invocato, come ha fatto Antonio Di Pietro, un voto di sfiducia (demagogia, per l’Udc, «visti i numeri»); sia gli stessi alleati. Ma più An che FI, se Silvio Berlusconi ha fatto sapere in serata di una «cordiale» telefonata con il leader della Lega a conferma che l’«alleanza è solida», dopo ch’erano volate scintille tra Gianfranco Fini e il Senatùr. Il Quirinale ha apprezzato gli interventi dei presidenti di Camera e Senato. A Montecitorio la fiducia alla manovra fiscale è stata preceduta da un dibattito sul Senatùr. «Nessuno, men che meno un ministro della Repubblica - ha affermato Fini - deve pronunciare parole che offendono il sentimento nazionale che sta nell’inno di Mameli che, al pari della bandiera, è un elemento distintivo, simbolico, che come tale va rispettato. Identico rispetto si deve a tutti gli italiani, quale che sia il luogo di nascita, di residenza o di lavoro. Il primo dovere di ogni parlamentare o ministro è di ricordare che non ci sono italiani del nord, del centro o del sud ma che ci sono solo gli italiani, che in quell’inno di Mameli si riconoscono. Non c’è dubbio che l’unità nazionale, i suoi simboli ed il rispetto che ad essi è dovuto sono condizioni indispensabili per qualsiasi politica di autentica riforma». E ha invitato Bossi, per il suo «ruolo istituzionale, a precisare quanto prima il suo pensiero». Poco più tardi la secca replica di Bossi. «Fini poteva non intervenire, che era meglio - ha affermato - Sono tra due fuochi, ma non mollo. Le polemiche sull’inno di Mameli sono strumentalizzazioni. C’è scritto che pure che ”i bimbi d’Italia si chiaman balilla“. A me l’inno di Mameli non è mai piaciuto, fin dai tempi della scuola, preferisco il ”Piave“, una canzone di popolo, più vicina alla Marsigliese». Alla Camera la Lega, col capogruppo Roberto Cota, ha condiviso le parole del ministro contrarie alla «schiavitù» del Paese verso Roma. Dall’opposizione fuoco ad alzo zero. «Siamo di fronte ad un involgarimento del linguaggio politico che ha superato ogni limite», ha protestato Pierluigi Castagnetti. «La Lega - ha esclamato Di Pietro - persegue l’interesse non dell’Italia ma di un altro Paese, la Padania. Berlusconi deve chiarire in parlamento». Pier Ferdinando Casini ha evidenziato che «l’inno di Mameli è un elemento costitutivo della comunità nazionale», ringraziando Carlo Azeglio Ciampi per averlo rilanciato, ma anche rilevato le contraddizioni del Pd, altalenante nei confronti di Bossi, un giorno visto come una minaccia e l’altro come un potenziale alleato. Veltroni ha dato atto a Fini d’aver pronunciato «parole chiare», ma aggiungendo che «a questo punto il premier deve dire se condivide le parole del suo ministro che sono di tutto il gruppo della Lega». Quando Bossi ha votato la fiducia alla manovra fiscale l’aula ha rumoreggiato. Ma se ha condiviso il rimprovero a Bossi, FI ha chiarito con Fabrizio Cicchitto che il governo non sarebbe caduto «nella trappola dell’opposizione» e, inciampando nelle parole, ha aggiunto: «Confermiamo l’alleanza politica con la Lega e diciamo di no a una strumentalizzazione di bassa lega». Paolo Bonaiuti ha gettato acqua sul fuoco: il premier non commenta, s’occupa di cose più serie, cioè di come risolvere la drammatica crisi dell’Alitalia. E il presidente del Senato, Renato Schifani, ha accompagnato l’«amarezza» per quanto detto dal capo del Carroccio (perché «i simboli della patria sono sacri, riassumono la nostra storia e sono parte costitutiva della nostra identità nazionale») con l’esortazione a tutti i partiti ad «abbassare i toni e a lavorare per il bene del Paese».

Coloro che parlano di politica in modo serio in Italia, da qualche tempo, sono Crozza e Grillo, due comici. I più comici, senza saperlo sono diventati i nostri Senatori, Ministri e Deputati.

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