CASORIAINRETE



"diffondere la verità è altrettanto importante che scoprirla"


lunedì 5 luglio 2010

Uomo e Galantuomo


Prendo spunto dal titolo di una straordinaria commedia o per meglio dire opera di Eduardo de Filippo per riprendere la riflessione dell’impegno quotidiano di uomini e donne nelle varie branche della nostra composita e complessa società. Per anni siamo stati fuorviati dai simboli e dalle idee, che avevano un fondamento filosofico giusto dalle varie prospettive, ma erano in particolare interpretate nella maniera giusta. Parlo degli anni del dopoguerra, del boom economico degli anni 60’. In Italia non c’era la ricchezza che oggi avvertiamo, si viveva di valori e di lavoro. Tutti, indistintamente, riconoscevano agli operai, forza trainante nell’economia industriale post-bellica un ruolo fondamentale, insieme con artigiani, contadini, impiegati, lavoratori in generale. Questo perché i modelli anglosassoni e scandinavi, unitamente alle loro fedi conferivano ai lavoratori interpreti di una dignità riconosciuta e rispettata. I disoccupati in queste realtà vivevano l’inquietudine dello spettro del mancato impegno lavorativo, in modo inquietante, vergognoso sotto certi punti di vista. Il sogno americano è nato sotto quest’azione, iniziare da qualsiasi punto della società per iniziare la scalata. Nel modello contrapposto dell’Urss, addirittura la disoccupazione era reato. Gli eccessi di una società dove ingegneri e medici avevano stipendi più bassi dei minatori, dei lavoratori dell’industria bellica o dei soldati stessi, con l’arresto per chi rifiutava per la terza volta un lavoro che la società sceglieva, appare un eccesso comunque giustificato dalla pressione di un apparato burocratico che era allineato a trecentosessanta gradi con il pensiero unico comunista.
L’Italia di Peppone e Don Camillo è lo specchio di quell’epoca di cui avremo nostalgia e la ricorderemo sempre come la parte più viva della nostra nascita come nazione dal 1860 a oggi.
Come al solito si distingueva Napoli con le sue contraddizioni, i suoi eccessi, le sue degenerazioni. Interprete eccezionale è stata l’opera del grande Eduardo e la sua arte ha influenzato più di ogni altra fede, religiosa o politica il nostro vivere quotidiano. Nel teatro, nella musica, nell’arte in generale, il più grande interprete della famiglia Scarpetta, ha guardato dentro se stesso e dentro la sua radice per regalarci tanto da cui attingere.
Questa lunga e strana premessa può portarci dalle nostre parti. Si può agganciare a queste riflessioni l’idea di parlare di Casoria? Io dico di sì.
Ieri sera alle ore 18,00 ho partecipato alla processione per la festa di San Mauro e camminando per le vie del centro storico di Casoria ho notato alcune cose.
Da anni non si vedeva una partecipazione così massiccia alla processione, tutti gli ordini monastici presenti sul territorio, tutte le parrocchie rappresentate, tanta, tantissima gente in corteo, dietro il Santo protettore, cantando inni di preghiera, accompagnando il Santo per le vie della città.
Mentre il corteo sfilava, dai balconi tanta gente incuriosita mostrava espressioni di sorpresa per quell’evento che da anni non era così bene organizzato. Pochissima politica, forse qualcuno, mischiato tra la folla. Assente la quasi totalità della cosiddetta società civile, assenti le associazioni o presenti in forma privata come per il sottoscritto.
Sarebbe facile proporre qualche motivo di riflessione, ma lasciamo perdere, forse la spontaneità dei comuni cittadini è stata genuina partecipazione rispetto a tante presenze “interessate” e distratte.
Il successo della processione del 4 luglio 2010 ha un solo nome, Mauro Zurro, parroco di San Mauro, guida cittadina della chiesa cattolica. Io lo conosco bene, penso sia la persona giusta per cultura, coraggio e impegno e che avrà la capacità di rilanciare, non solo il riavvicinamento di tanti fedeli alla fede, ma anche all’impegno verso la propria comunità.
Tanti hanno rimpianto per gli anni di cui ho parlato in premessa, quelli erano glia anni in cui un giovanissimo Padre Mauro ci teneva incollati alla chiesa di Santa Maria delle grazie e al Campetto parrocchiale di San Mauro.
Sono passati gli anni, i capelli sono diventati bianchi, ma lo spirito e la carica di energia di Padre Mauro, sono convinto ridarà una nuova linfa alla città di Casoria e superata questa fase di "oscurantismo politico”, potremo sperare che ritorni l’epoca degli “Uomini”, in qualsiasi modo siano vestiti, anche in abito talare e dei “Galantuomini” di qualsiasi fede, politica o religiosa che sia.

giovedì 1 luglio 2010

La finestra sul cortile




Giuro, a Casoria c’è da mettersi le mani nei capelli, rispetto a che cosa: “à politica”.
Spesso mi sono sentito rimproverare da persone più esperte della materia: “Tu à politica non la sai fare”.
Mi domandavo cosa potesse significare:
Tradotta, questa frase a livello grammaticale dovrebbe essere “Tu, non sai interpretare la politica”, ma non è così. Ci sono voluti anni per capire il vero significato della frase fatidica, in pratica non sono mai stato bravo a creare e a risolvere contemporaneamente un problema.
Esempio, da assessore al personale nel lontano 2001 potevo trasferire qualche dipendente o qualche funzionario, già sapendo che da me sarebbe venuto per raccomandarsi e ritornare al posto dove avevo contribuito a trasferirlo. In pratica sarei stato artefice del problema e risolutore dello stesso, con qualche voto in più.
Altro esempio, da consigliere comunale avrei potuto chiedere a qualche compiacente dirigente di provocare qualche disagio ai cittadini o a qualche categoria di imprenditori, professionisti, commercianti, per essere poi in consiglio comunale colui che attraverso un’interrogazione si sarebbe fatto carico di rappresentare le istanze dei cittadini stessi.
Invece mi rimproveravano i “vecchi” amici, che il mio era un atteggiamento da sindacalista o da giornalista, che correvo dietro ai problemi invece di aspettare che le vittime del problema venissero a prostrarsi da me. Quale sia poi la differenza con un atteggiamento camorristico, mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse.
Oggi devo ammettere che questi giovanissimi neoconsiglieri, molto poco addentrati all’impegno” politico” del sottoscritto, molto presenti nella giostra delle opportunità, “à politica” la sanno fare e bene.
Si impegnano per risolvere qualche questione che la stessa amministrazione che sostengono crea, cambiano casacche e postazione in consiglio comunale con una leggerezza inquietante, bivaccano nella sede comunale l’intera settimana, sabati e domeniche comprese, attorniati dai loro sostenitori sempre in numero sufficiente per aprire un doveroso dibattito “politico”.
Il Sindaco, la giunta, i dirigenti, manco a parlarne. Sembrano una via di mezzo tra i Satrapi persiani dell’epoca avanti cristo e i guappi del primo novecento, donne comprese. Non rispondono al telefono, non si interessano dei settori di appartenenza, mi piacerebbe conoscere gli atti che in questi due anni hanno prodotto quale atto di indirizzo. Se li fanno contravvengono alla norma e in più occasioni, hanno creato la soluzione per costruirci il problema, vedi questioni urbanistiche.
Del consiglio comunale, nella sua interezza, tra la maggioranza dei consiglieri comunali eletti nel centrosinistra e la minoranza dei consiglieri comunali eletti nel centrodestra, accompagnati dall’anomala elezione al secondo turno del sindaco del centrodestra Stefano Ferrara, sconfitto al primo turno dal candidato sindaco del centrosinistra, è scoppiata una pace che fa accapponare la pelle.
Baci, abbracci, scambio di complimenti ed effusioni che si concretizzano con gioielli donato dal sindaco a qualche elemento o gruppo morbido dell’opposizione. Altro che interventi, dibattiti consiliari, battaglie e quant’altro, si discute addirittura di temi etici, in barba ai guai della città.
Ecco quelli che “à politica”, la sanno fare per davvero.
Un discorso a parte lo merita il partito simbolo di questa situazione “anomala”, l’Udc.
Composto da cinque consiglieri, in guerra tra di loro più che con gli avversari, composto da cinque ex sostenitori di Tommaso Casillo e lo Sdi, oggi colti, come San Paolo sulla via di Damasco, da una folgore spirituale che li ha trans fugati dal partito più laico al partito più clericale. Sarà vera fede? Ai posteri l’ardua sentenza.
Intanto il leader (?!?) locale Carlo Tizziani, cacciato a calci nel sedere dalla giunta vi è rientrato da trionfatore, con due deleghe di grosso calibro, assistenza e scuola, ha vinto l’ultimo round nei confronti del minoritario Francesco Saverio Troiano.
L’U.D.C. rappresenta in questo la punta di un iceberg che ha radici profonde e coinvolge anche gran parte dell’opposizione in questa insalata condita di amaro.
Il bilancio approvato con 16 voti dovrebbe suonare come un campanello d’allarme e sicuramente non è un bilancio di “consenso”, ma di numeri.
Sse si accontentano di questo, se la proprietà transitiva rappresenta l’Etica di quest’amministrazione, dico va bene anche così, contenti voi, ma chiamatela nel modo giusto, chiamatela proprietà transitiva o transattiva, fate voi.
“Di tanti uomini si conosce il prezzo, di pochi il valore”, sono parole, forse chiacchiere, non lo so, ma per tanti, tanti altri o per qualcuno ancora la Politica, quella vera, rappresenta questa frase un valore, non un costo.

lunedì 21 giugno 2010

La Finestra sul cortile

Quando, quel lontano 17 gennaio 2010 abbiamo proposto la presentazione del lavoro "L'ultimo Apache" dei SUD EXPRESS di Franco Del Prete, alla presenza di autorità politiche, istituzionali, del mondo dell'associazionismo di Casoria e altri comuni limitrofi, una promessa l'avevo lanciata: "Regalare a tanti cittadini le stesse emozioni", emozioni che avevamo provato in tanti quella fredda domenica d'inverno, all'Hotel Businiss di Casoria.

Ho proposto all'amministrazione di Casoria una serie di eventi, cinema, teatro, spettacoli per bambini, balli per gli anziani e infine il concerto di SUD EXPRESS alla Villa Comunale di Casoria. Sono ancora in attesa di una risposta, spero non alla fine di settembre, altrimenti ci ritroveremo nel "II Natale delle associazioni".

Dopo un anno di presidenza della Pro Loco Casoria, la delusione nei confronti di chi ci governa e di chi si oppone maggiormente è tanta e tale che dovrebbe prevalere un sentimento di rabbia su tutto.

Ma sarei un pessimo cristiano e non sarebbe valso a nulla il mio precedente impegno in politica se l'entusiasmo per le sfide impossibili e il remare contro una corrente inaudita, non mi porterebbero a sentirmi ancora più carico e ricordare il mio amico Pasquale Tignola quando, alla presentazione del libro "La Ferita", mi disse: "La cosa che stupisce in questa strana città è che diventano straordinarie cose che in altri luoghi sono normali".

Ho letto i due editoriali di Nando Troise dai settimanali CASORIADUE (domenica 13 giugno) e NUOVA CITTA' (ieri 20 giugno). Li condivido, ne apprezzo il coraggio, soprattutto dovrebbero risvegliare le coscenze. Di Chi le colpe?

Innanzitutto mi farebbe piacere una maggiore onestà intellettuale da parte dei tanti che si cimenta a scrivere su altre pagine di giornali, ma non sono dotati della stessa stessa capacità di ribellarsi agli amici e ai nemici, alleati o avversari. Personalmente con Nando, dai giornali o in Facebook, da vicino o ai vari Convegni, spesso ce le siamo date di santa ragione. Certo non è Gianni Bianco l'agnello che Nando Troise speri si trasformi in leone.

Parte delle responsabilità è anche di coloro che in genere parlano, sparlano di questi o di quello e sistematicamente, dopo averli criticati sono spesso a braccetto, nella migliore delle ipotesi, al guinzaglio nella peggiore a rosicchiare qualche ossicino che di sfuggita il Padrone, spinge sotto al tavolo senza che se ne accorga nessuno.

Le coscenze degli agnelli che dovrebbero trasformarsi in leoni e ribellarsi e le colpe dei cittadini, che, colpevoli di abbandonarsi ad un vassallaggio senza fine e senza speranze rappresentano la parte debole della nostra città, la parte forte del consenso dei Satrapi locali.

Sono d'accordo stavolta con Nando e dallo scranno scomodo di presidente della Pro Loco Casoria sono pronto a sostenere qualsiasi iniziativa sia proposta da chi intende alzare il livello di discussione e non ne ha l'opportunità. Una categoria in particolare desidero accompagnare, coloro che non piegano la testa, i cuori, gli occhi e la loro dignità al potere (malato) di una politica che rappresenta una metastasi senza speranza.

Complimenti all'amico Peppe Vibrato e al suo blog "CASORIA IERI OGGI E DOMANI" che offre, gratuitamente, un sevizio alla comunità fondamentale, la videoripresa dei Consigli Comunali. Personalmente lo ringrazio per essere stato presente e aver ideato il video in apice di questo post.

Alla vigilia di una sessione di Consigli comunali dedicati al Bilancio della maggiore azienda della nostra città, il Comune di Casoria; al termine, si spera, di una crisi politico-amministrativa durata più di un anno e che ha messo davvero in ginocchio la credibilità di quasi tutta la classe politica locale, con bocciature, reintegri, riconferme e numeri davvero incomprensibili, saremo in campo con o senza il sostegno istituzionale.

Mentre intorno a noi ogni cittadina dell'area a Nord di Napoli, con tutte le complessità di una crisi economica sotto gli occhi i tutti, si regalano momenti di aggregazione e di spettacoli per rendere piiù alta la quota di vivibilità dei cittadini di Afragola, Caivano, Cardito, Frattamaggore etc., etc, a Casoria, l'unico problema che attanaglia la classe (SIC!?!) politica locale sembra essere solo l'esclusiva divisione di poltrone.

Cosa dire, bene, bravi, bis. La città ha quasi dimenticato il recente passato, ma non i responsabili di quel declino e oggi parlando con tanti cittadini sembra crescere un desiderio e un sentimento comune e ancora più pericoloso: " Dimenticare il presente, prima ancora che si realizzi".

L'Estate non arriva, forse per darci ancora la possibilità di non annoiarci, per renderci ancora vigorosamente attenti nei confronti di una politica al cloroformio, compone e scompone bilanci, fa e disfa Puc, cambia e scambia il Piu Europa, costruisce e demolisce Opere pubbliche (sulla carta), scrive e riscrive pagine di una Storia infinita, quella che poteva essere la Casa d'Oro e che forse qualcuno o tanti chissà desiderano che sia per se e le generazioni a venire la Cassa d'oro.

.

sabato 19 giugno 2010

Il colpo di coda

Ma vuoi vedere che alla fin fine, chi si dovrebbe vergognare, chi dovrebbe rinunciare, chi dovrebbe pagare, chi non dovrebbe nemmeno protestare e chiedere scusa, siamo noi?
Dopo tutti gli scandali e le ruberie, gli sprechi e gli arricchimenti di falsi imprenditori, falsi manager, falsi politici e chissà chi altri, a rimetterci non solo i soldi, ma anche la salute, i diritti e la dignità dovrmmo essere ancora noi?
"Gli operai di Termini Imerese hanno scioperato per vedere la partita"? Si vergogni di questa frase Marchionne, guru di un liberismo di stampo anglosassone, ma a differenza degli Usa, dell'Inghilterra o del Canada, qui paga lo Stato, non l'industria.





di Guido Viale - Il Manifesto

Non c'è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell'ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico.

Prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell'industria dai piedi d'argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell'impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall'art. 41 della Costituzione italiana.

A enunciarlo in forma programmatica è stato Berlusconi, subito ripreso dal ministro Tremonti e, a seguire, dall'autorità sulla concorrenza, che non ha mai mosso dito contro un monopolio. A tradurre in pratica quella ricetta attraverso un aut aut senza condizioni, subito salutato dagli applausi degli imprenditori giovani e meno giovani di Santa Margherita Ligure, è stato l'amministratore delegato della Fiat, il Valletta redivivo del nuovo secolo. Eccola. Limitazione drastica (e anticostituzionale, ma per questi signori la Costituzione va azzerata; e in fretta!) del diritto di sciopero e di quello di ammalarsi.

Una organizzazione del lavoro che sostituisce l'esattezza cronometrica del computer alla scienza approssimativa dei cronometristi (quelli che un tempo alla Fiat si chiamavano i «vaselina», perché si nascondevano dietro le colonne per spiare gli operai e tagliargli subito i tempi se solo acceleravano un poco per ricavarsi una piccola pausa per respirare). Una turnazione che azzera la vita familiare, subito sottoscritta da quei sindacalisti e ministri che due anni fa erano scesi in piazza per «difendere la famiglia»: la loro, o le loro, ovviamente. È un ricatto; ma non c'è alternativa. Gli operai non lo possono rifiutare e non lo rifiuteranno, anche se la Fiom, giustamente, non lo sottoscrive. L'alternativa è il licenziamento dei cinquemila dell'Alfasud - il «piano B» di Marchionne - e di altri diecimila lavoratori dell'indotto, in un territorio in cui l'unica vera alternativa al lavoro che non c'è è l'affiliazione alla camorra.

Per anni, a ripeterci «non c'è alternativa» sono stati banchieri centrali, politici di destra e sinistra, sindacalisti paragovernativi, professori universitari e soprattutto bancarottieri. Adesso, forse per la prima volta, a confermarlo con un referendum, sono chiamati i lavoratori stessi che di questo sopruso sono le vittime designate. Ecco la democrazia del pensiero unico: votate pure, tanto non c'è niente da scegliere.

Effettivamente, al piano Marchionne non c'è alternativa. Nessuno ci ha pensato; neanche quando il piano non era ancora stato reso pubblico. Nessuno ha lavorato per prepararla, anche quando la crisi dell'auto l'aveva ormai resa impellente. Nessuno ha mai pensato che sarebbe stato necessario averne una, anche se era chiaro da anni che prima o poi - più prima che poi - la campana sarebbe suonata: non solo per Termini Imerese, ma anche per Pomigliano.
Ma a che cosa non c'è alternativa? Al «piano A» di Marchionne. Un piano a cui solo se si è in malafede o dementi si può dar credito. Prevede che nel giro di quattro anni Fiat e Chrysler producano - e vendano - sei milioni di auto all'anno: 2,2 Chrysler, 3,8 Fiat, Alfa e Lancia: un raddoppio della produzione. In Italia, 1,4 milioni: più del doppio di oggi. La metà da esportare in Europa: in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso di capacità del 30-35 per cento; che dopo la sbornia degli incentivi alla rottamazione, è già crollato del 15 per cento (ma quello della Fiat del 30); e che si avvia verso un periodo di lunga e intensa deflazione.
Quello che Marchionne esige dagli operai, con il loro consenso, lo vuole subito. Ma quello che promette, al governo, ai sindacati, all'«opinione pubblica» e al paese, è invece subordinato alla «ripresa» del mercato, cioè alla condizione che in Europa tornino a vendersi sedici milioni di auto all'anno. Come dire: «il piano A» non si farà mai.

Non è una novità. Negli ultimi dieci anni, per non risalire più indietro nel tempo, di piani industriali la Fiat ne ha già sfornati sette; ogni volta indicando il numero di modelli, di veicoli, l'entità degli investimenti e la riduzione di manodopera previsti. Tranne l'ultimo punto, che era la vera posta in palio, degli obiettivi indicati non ne ha realizzato, ma neanche perseguito, nemmeno uno. Ma è un andazzo generale: se i programmi di rilancio enunciati da tutte le case automobilistiche europee andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere come un ranocchio per non scomparire) nel giro di un quinquennio si dovrebbero produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all'anno: il doppio delle vendite pre-crisi. Un'autentica follia.
Dunque il «piano A» non è un piano e non si farà. L'alternativa in realtà c'è, ed è il «piano B». Se a chiudere non sarà Pomigliano, perché Marchionne riuscirà a farsi finanziare da banche e governo (che agli «errori» delle banche può sempre porre rimedio: con il denaro dei contribuenti) i 700 milioni di investimenti ipotizzati e a far funzionare l'impianto - cosa tutt'altro che scontata - a cadere sarà qualche altro stabilimento italiano: Cassino o Mirafiori. O, più probabilmente, tutti e tre. La spiegazione è già pronta: il mercato europeo non «tirerà» come si era previsto
Hai voglia! Il mercato europeo dell'auto è in irreversibile contrazione; l'auto è un prodotto obsoleto che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: «tirano», per ora, solo i paesi emergenti - fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch'essi - ma le vetture che si vendono là non sono certo quelle che si producono qui: né in Italia né in Polonia.

Anche se la cosa non inciderà sulle scelte dei prossimi mesi, è ora di dimostrare che non è vero che non c'è alternativa.

L'alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti. I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all'efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all'agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all'edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro - e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate - mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l'inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall'efficienza nell'uso dell'energia.

L'industria meccanica - come quella degli armamenti - può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare - densificando l'abitato - dalle fondamenta.

Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo italiano (peraltro uno dei più parsimoniosi in proposito) ha gettato nel pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente risparmiati i due o tre miliardi di penali che l'Italia dovrà pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città, impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i suoli agricoli, a sostenere un'industria delle costruzioni che vive di olimpiadi, expo, g8, ponti fasulli e montagne sventrate potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni. È ora di metterci tutti a fare i conti!
Ma chi potrà fare tutte queste cose? Non certo il governo. Né questo né - eventualmente - uno di quelli che abbiamo conosciuto in passato; e meno che mai la casta politica di qualsiasi parte. Continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita e stanno riportandoci all'età della pietra. La conversione ecologica si costruisce dal basso «sul territorio»: fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città.

Chi ha detto che la programmazione debba essere appannaggio di un organismo statuale centralizzato e non il prodotto di mille iniziative dal basso? Chiamando per cominciare a confrontarsi in un rinnovato «spazio pubblico», senza settarismi e preclusioni, tutti coloro che nell'attuale situazione non hanno avvenire: gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali, le organizzazioni di chi sta già provando a imboccare strade alternative: dai gruppi di acquisto ai distretti di economia solidali.
E poi brandelli di amministrazioni locali, di organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e culturali, di imprenditoria ormai ridotta alla canna del gas (non ci sono solo i «giovani imprenditori» di Santa Margherita); e nuove leve disposte a intraprendere, e a confrontarsi con il mercato, in una prospettiva sociale e non solo di rapina. Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi formali e informali, di inventiva che l'attuale sistema economico non sa e non vuole mettere a frutto.
Certo, all'inizio si può solo discutere e cominciare a progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l'organizzazione sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?

giovedì 17 giugno 2010

“I mutilati ideologici”


E’ da un po’ di tempo che il termine Riformismo sembra essere stato messo da parte dalla sinistra italiana e dal Partito Democratico in particolare. La cosa non stupisce viste le sconfitte consecutive del maggiore partito del centrosinistra da due anni a questa parte che spesso sono state addebitate ad una mancanza di capacità di rinnovamento ideologico. Ma una cosa è pensare che questo termine venga messo in soffitta, insieme ei suoi contenuti, dall’area politica di riferimento quella progressista, altra cosa è che venga usurpata dagli avversari di destra.
Sacconi, Brunetta, Cicchitto e altri ex socialisti traghettati nel centrodestra e oggi sicuramente distanti dal sole nascente degli anni 60’e distinti dal garofano degli anni 80’, si ostinano nel definirsi “Riformisti” e usare simboli che appartengono per storia, tradizione, cultura al mondo operaio, dalla metà dell’800 ad oggi.
La stessa posizione popolare all’interno dell’assemblea di Strasburgo certo non giova a quanti si definiscono Socialisti, liberali, Riformisti di conseguenza laici. Se si scegli di aderire ad un progetto politico bisogna necessariamente assumersene le responsabilità e quella degli ex delfini collaboratori di Bettino Craxi non è scegliere l’elemento di continuità con il loro ex leader, riformista, socialista, di sinistra, ma trasformarsi in Cattolico-popolari.
La mia idea che a questi polivalenti uomini politici è stata amputata la parte sinistra del loro pensiero politico, robotizzati dietro loro consenso, sono diventati “Mutilati ideologici”.
Ai tanti amici che cercano di giustificare le scelte dei sindacati Uil e Cisl sulle scelte di Pomigliano, dico che vi sbagliate oggi a non contrastare la deriva Liberiista (sono generoso, altri la definiscono fascista), del Governo Berlusconi. Insieme alla Cgil avete sbagliato nel recente passato a non contrastare la riforma Gelmini della scuola che ha cacciato dalla sera alla mattina 40.000 lavoratori dalla scuola, continuate a sbagliare oggi a giustificare il tutto con la frase fatidica “Tengo famiglia”.
Continuare negli errori non è la formula ideale, c’è sempre tempo per recuperare, altrimenti dalle fabbriche alla scuola, dai pescatori ai produttori di latte, dall’industria al pubblico impiego, passando per la sanità e i pensionati, a pagare saranno sempre coloro che dai sindacalisti dovrebbero essere difesi “I lavoratori”. Dice Bene Epifani e di concerto Bersani,”Ci dicano quanto pagano i ricchi in questa crisi” e io lo chiedo agli amici della Uil e della Cisl ”Ci dicano quanto pagano i ricchi in questa crisi” e allora sarò felice di cambiare opinione, ma fino a quel momento…

giovedì 10 giugno 2010

Le Verità Nascoste


Ho assistito martedì all’ultima puntata di Ballarò, allo speciale di Annozero ieri. Sono da sempre di sinistra ma MicheleSantoro non mi è stato mai simpatico, per vari motivi. Partiamo dalle origini, di Vico Equense, napoletano, mi sta antipatico il fatto che parli con un accento dichiaratamente romanesco, un po’ come tanti che da Napoli, partiti con le pezze al sedere hanno trovato fortuna altrove, a Roma ad esempio. Con i napoletani emigrati in particolare, figuriamoci se tifosi poi della Roma o interisti o addirittura Juventini. Insomma Michele Santoro sta antipatico quasi a tutti, a Berlusconi e alla destra, a D’Alema e la sinistra, di Di Pietro ha detto “Il leader degli Immobili di Valore”, il Pd “Venduto, svenduto, in saldi o da stoccaggio”, i cespugli della sinistra, manco li nomina. Si salvano solo Vauro e Marco Travaglio, altrettanto invisi a tutto l’arco costituzionale.
Come tanti napoletani ho amato Maradona, da calciatore, al di fuori del terreno di gioco non ho trovato un solo motivo per essere in affinità con il Pibe de oro, eppure quando entravo nel San Paolo o lo vedevo alla televisione, mi accendeva una passione fatta di lacrime e gioie, per le emozioni, per i risultati, per lo spettacolo che il grande Diego ci regalava. Allora è opportuno fare dei distinguo ci mancherebbe altro ma intanto, lo share di Annozero è del 20% e oltre. Il pubblico che assiste alle trasmissioni sicuramente non è tutto di sinistra, anzi, probabilmente la maggior parte saranno coloro che a votare non ci vanno più. A giudicare Annozero e se il consenso verso una trasmissione non rappresenta una parola astratta, ma per un’azienda il primo elemento di valutazione, credo che Santoro sia un grande professionista e il suo mestiere lo conosce davvero bene. Mi auguro quindi che a settembre rivedremo Annozero, sperando che la nuova edizione sia incentrata intorno ai problemi economici del nostro Paese, più proposte meno chiacchiere fumose da salotto.
Tanto premesso per dire che la puntata di ieri, mi ha procurato un’angoscia e degli spunti di riflessioni che a distanza di dodici ore angustiano ancora la mia mente. Qualcuno potrebbe obiettare che sono cose risapute, scontate. Non è stato come leggere un giornale o guardare un servizio al Tg, ascoltare gli imprenditori del settore, guardare all’opera questa gente nel lavoro quotidiano, i drammi di un’economia di mercato che inghiotte tutto e crea paradossi del tipo: “Buttiamo via la metà del latte per rispettare le quote comunitarie, importiamo latte di bassa qualità da nazione, dove non ci sono controlli sanitari adeguati, arricchiamolo con latte liofilizzato di dubbia provenienza, vendiamolo nelle case degli italiani sotto forma di prodotto di alta qualità". Della lunga conservazione non ne parliamo e stendiamo un velo notoriamente penoso. Quanto contano questi buffoni che ci governano oggi e quanto sono conati i Buffoni del centrosinistra che ha governato prima, nei confronti di questo cartello mafioso che da Strasburgo detta le regole di questo scempio? Penso che un debito rapporto si potrebbe fare con Obama e la crisi della fuoriuscita del petrolio nel mare della Luisiana e l'atteggiamento della British Petroil.
Come in un gioco di scatole cinesi i poteri nascondono altri poteri e la catena si scopre essere all’infinito. La Cricca di Roma non è differente dalla Cricca del Latte, delle Banche, del Vino, della Carne, dei mercati ittici e tanti altri prodotti dell’agricoltura e dell’economia in generale.
La trasmissione si è svolta nella Padania di Bossi, nell’area più ricca della nostra nazione, nella zona di maggiore consenso dei Lumbard e l’opinione degli addetti ai lavori non era dissimile da quella che noi avvertiamo nei confronti dei nostri esponenti politici di destra, di sinistra.
Mi auguro a questo punto che la televisione resti ancora un luogo in cui trasmissioni come Ballerò, Annovera, Report, L’infedele, Nulla di personale e altre, possano ancora continuare ad esistere, tanto, alla sinistra, non portano voti alla destra non ne tolgono, possono mettere qualcuno nelle condizioni di non recarsi più alle urne, ma questo non è un problema che angustia i nostri politici.
E’ questa forma di mistificazione della realtà che infastidisce, che colpisce una parte della nutrizione, in questo caso il latte che rappresenta la base della maggior parte degli alimenti che consumano abitualmente i nostri figli.
Altro che case gare d’appalti, guida, auto blu, stipendi d’oro, viaggi, lusso etc., qui sono in ballo, la nostra salute e quella dei nostri ragazzi ed è giusto e fondamentale in una democrazia che chi proponga trasmissioni che rivelano le verità nascoste della nostra vita quotidiana o denunciano sprechi o inganni sia apprezzato da tutti e da tutti noi difeso, almeno a livello di opinione.


mercoledì 9 giugno 2010

In zona Cesarini


Parlare della politica locale da un lato mi provoca sconforto ma poi, essendo di carattere goliardico, inizio a pensare ai personaggi, alla loro storia e come d’incanto, dalla malinconia inizia una trasformazione magica. Rido.
Andiamo con ordine.
Il momento topico dell’attuale governo cittadino resta il Consiglio comunale in notturna del mese scorso nel quale il quasi Consigliere regionale Gennaro Nocera, ha detto a chiare lettere al Sindaco Stefano Ferrara: “Te ne vai a casa”.
Oggi, leggo con sorpresa che gli onorevoli Cesaro (presidente dell’Amministrazione provinciale) e il Sindaco di Afragola Nespoli hanno raggiunto l’intesa per continuare l’esperienza di governo a Casoria. L’articolo continua con le solite false dichiarazioni, in parte virgolettate, dei soliti esponenti che, nell'arco della crisi hanno detto tutto e il contrario di tutto. La cosa fondamentale comunque è che il centrodestra nella città di Casoria non ha la capacità, l’autorevolezza, il buon senso di creare elementi di sintesi e si serve dei propri padrini provinciali per mandare avanti la barca. Non è cosa da poco se si tiene conto che da un momento all’altro il presidente del Consiglio comunale di Casoria, Gennaro Nocera potrebbe entrare nell’assemblea regionale, che la città di Casoria da anni ha annoverato figure politiche che certo non aspettavano tirate di orecchie dalle segreterie provinciali per mandare avanti la baracca. Anzi, loro stessi condizionavano le scelte provinciali, dimostrando carattere e mettendo in risalto il fatto che Casoria, oltre ad essere una Città con “adeguate” tradizioni storiche, culturali, economiche, politiche e industriali, vanta il quarto (oggi quinto) posto nella graduatoria dei Comuni con più elettori, 63000 per l’esattezza. Ci voleva la novità del primo governo di centrodestra a Casoria per andare avanti con l’essere tirati per la giacca, le orecchie, o addirittura qualche schiaffetto sempre da “padrino” politico.
Certo se questo è il legname, figurarsi cosa aspettarsi in futuro.
costo?
Azzeramento della Giunta e di sicuro qui nessuno vuole perdere, anzi, c’è chi intende addirittura rafforzarsi, garantendo non solo per i rappresentanti della maggioranza di centrodestra, ma ampliando anche a elementi dell’opposizione, come dire “Per sé e per i suoi”, ma queste cose già le abbiamo superate e solo gli alunni della scuola dell’infanzia credono ancora alla favola dell’opposizione.
Azzeramento degli incarichi, parliamo del Collegio dei revisori dei conti, presenze al Consorzio cimiteriale, in Casoria Ambiente e soprattutto la partita “Forte”, dei Dirigenti dell’Ente con contratto a tempo determinato, la farsa dell’elezione del presidente dei Revisori contabili sopra ogni cosa.
Intanto il Partito Democratico è impegnato con la riorganizzazione interna attraverso il Tesseramento, l’Italia dei Valori è impegnata a raccogliere le firme per i Referendum, Sinistra Critica raccoglie le firme contro la Privatizzazione dell’acqua, i socialisti di Casillo si leccano le ferite elettorali e prendono tempo, gli altri: Rifondazione, Verdi, Radicali, Sinistra e Libertà, sono raccolti in un dignitoso silenzio.
Comunque non è detta l’ultima parola, la coperta sembra ampia, ma a mio giudizio non riuscirà a soddisfare tutti gli appetiti senza lasciare l’amaro in bocca a qualcuno e i numeri in queste condizioni, valgono più di qualsiasi buona idea o della fatidica quanto superata frase “Dobbiamo pensare al bene della città”.
Il calcio sembra essere l’unica fonte cui attingere, dopo vari autogol e un giorno li racconteremo tutti, se riuscirà a portare il risultato a casa la prima amministrazione di centrodestra, allargata a eletti del centrosinistra, sarà all’ultimo minuto, in zona Cesarini e questo non è un bene né tantomeno una certezza in quanto, alla fine, qualcuno potrà dire “Dobbiamo pensare alla dignità personale e della città, innanzitutto”.


lunedì 7 giugno 2010

Pappece, pullece e pimmece





Il 30 marzo 2009, all’indomani della mia elezione a presidente della por Loco Casoria, decisi che era arrivato il momento di chiudere l’esperienza di CASORIAINRETE, il mio blog, il canale dove comunicavo a una serie di amici le mie riflessioni, le mie idee, sulla politica locale e nazionale. I motivi erano legati a una parola che se non scomparsa è oggi abbastanza sbiadita “Etica”, per non incrociare l’esperienza di presidente della Pro loco Casoria con un’esperienza politica ventennale, conclusa con la mancata elezione alle comunali del 2008, ma maggiormente per la vittoria-sconfitta del candidato sindaco della coalizione del centrosinistra al ballottaggio. Non entro nel merito delle elezioni comunali, ma una cosa è certa, quella sconfitta politica non elettorale poteva rappresentare un punto di ripristino, una nuova stagione democratica. A due anni di distanza invece possiamo dire che al danno si è aggiunta la beffa, che i rimpianti per il recente passato sovrastano ampiamente le aspettative, che gli uomini impegnati in questo periodo in politica nella città di Casoria, hanno definitivamente accantonata l’idea di un rinnovamento della classe dirigente, il rilancio economico, la netta divisione di ruoli tra maggioranza e opposizione.
Vecchi metodi, vecchie furberie e sicuramente, vecchi uomini politici che, direttamente o attraverso i propri “Eredi”, determinano un consolidato sistema consociativo, tagliano le due alleanze in due gruppi, creano (come sempre), alleanze trasversali tra uomini di desta e di sinistra.

La sinistra oltre Casoria ha perso la Provincia di Napoli, la Regione Campania e perderà probabilmente la città di Napoli, grazie a Bassolino. Il quasi compaesano Antonio Bassolino, passato dal Rinascimento degli anni 90 all'attuale sepoltura, è stato l'interprete principale di questo terremoto politico. Un Satrapo non un politico, un uomo forte, capace di creare un sistema nel quale tutti, destra e sinistra, sguazzavano. Solo oggi emergono, l’entità degli sprechi della corte Bassoliniana. Le Consulenze, gli studi, gli incarichi professionali, le Società miste, i Commissariamenti delle ASL, tutto finalizzato all’accentramento politico e della gestione della terza regione italiana, tutto in mano a Don Antonio e alla sua corta. Effetto domino per tutta la sinistra nella provincia di Napoli, crollo di quasi tutte le amministrazioni di centrosinistra, si salva Fratta Maggiore. La politica e i simboli politici nel ricco comune Frattese non fanno testo, è "franchising” in mano ad un gruppo di professionisti, imprenditori e dei loro referenti politici e istituzionali.

Un anno e mezzo quasi di silenzio, interrotto solo dal giochetto di Facebook, sul cui utilizzo mi soffermerei e non poco per dimostrare, ove ce ne fosse bisogno, che i mezzi di comunicazione: Tv, internet, quotidiani, settimanali, sono oggi inondati da una volgarità senza precedenti.

Il titolo del post è una canzone degli straordinari SUD EXPRESS, gruppo musicale napoletano che il 17 gennaio 2010, insieme a tanti altri amici, ho avuto il piacere di ascoltare all’Hotel Businiss, per la presentazione del loro lavoro “L’ultimo apache”, organizzato dalla Pro Loco Casoria. E’ inutile dire chi sono i “Pappece, pullece e pimmece”, sono coloro che si ingrossano e ingrassano sulla pelle dei cittadini, non solo politici, ma anche imprenditori, professionisti, cittadini comuni che pensano di vivere, sopravvivere o ingrassare sulle spalle degli altri, senza avere nemmeno il decoro di “grattare” per così dire una piccola parte, oggi non si accontentano più, vogliono tutto il boccone, avendo l’abilità di non lasciare cadere nemmeno una briciola. Si può essere inermi davanti a tutto ciò, si può continuare ad avere un atteggiamento morbido o moderato rispetto a questo schifo, si può tacere nei confronti di coloro che di questa “ideologia malata”, sono gli interpreti? No, da oggi in poi cercherò di convincere altri a reagire a questa forma d’invasione fastidiosa e pericolosa, cercando di individuare le forme di “Disinfestazione” adeguate, di dialogare con i tanti cittadini stanchi e disincantati.

In genere gli insetti, quelli piccoli, fastidiosi e pruriginosi ci dilettiamo a schiacciarli, in questo caso no, allontaniamoli o lasciamoli morire da soli, le piccole ferite e i piccoli dolori e le cicatrici causate scompariranno, presto e senza lasciare traccia.