CASORIAINRETE



"diffondere la verità è altrettanto importante che scoprirla"


lunedì 30 marzo 2009


Un Partito popolare per una Politica populista

Ieri, domenica 29 marzo 2009 è nato il Pdl, è stato eletto Presidente per acclamazione Silvio Berlusconi. Fin qui niente di nuovo sono oramai quindici anni che i leader di partito non sono eletti più ma solo acclamati. Tra confronti in parte veritieri, tra acclamazioni e alzate di mano, con cartellini di differenti colori, a secondo dell’occasione, abbiamo assistito in questi anni alla nascita dei partiti "fai da te". Dalla Dc nascono i Popolari di Martinazzoli, il Patto Segni di Mario (Segni), Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini, il Ccd dell’accoppiata Casini-Mastella, dal conseguente scioglimento l’Udc di Casini, l’Udeur di Mastella, la Nuova Dc di Rotondi, I Democratici di Prodi, la Margherita di Rutelli, confluiti nel Pd. Dal Msi di Almirante nasce Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini e dopo varie vicissitudini La Destra di Storace, Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini, il Nuovo Msi di Pino Rauti. Dal Pci nasce il Pds di Occhetto, i Ds di D’alema, il Pd di Veltroni, ma anche Rifondazione Comunista di Bertinotti, la Sinistra Democratica di Salvi, i Comunisti italiani di Diliberto, i Comunisti di Ferrando, la Sinistra Critica di Turigliatto, ultima creatura la Sinistra di Nicki Vendola. I Socialisti di Craxi si sono divisi in Sdi di Borselli e Nuovo Psi di De Michelis, dopo ennesime vicissitudini, il secondo và a Stefano Caldoro. Sono nati intanto, sempre da 15 anni, La Lega Nord di Bossi, l’Idv di Di Pietro. E’ pur vero che anche in epoche passate si legava il nome del partito al leader che ne guidava la politica, ma che guerre interne per arrivare ad un’elezione. Le conseguenze di questo perdonismo imperante che attraversa tutta la politica italiana è sotto gli occhi di tutti. Il caso del Pd è emblematico per capire quali siano le conseguenze di tale scellerata visione dei partiti. Nasce come sogno di Veltroni e ad un anno dalla nascita con la caduta dell’ex Sindaco di Roma, oggi, al di là degli sforzi di Dario Franceschini, il partito erede dell’ex Pci e della Corrente di Base dossettiana della Dc, veramente non riesce a mettere in piedi una strategia davvero efficace contro il populismo mediatico di Silvio Berlusconi. Sono state molte le occasioni per mandare in pensione il Cavaliere di Arcore, niente, troppo simpatico ai vertici del centro-sinistra o troppo comodo come avversario, è facile fare i conti senza l’oste. La crisi economica che attanaglia il mondo intero e che anche in Italia crea non poche difficoltà, è trattata dall’attuale governo di centrodestra in modo elusivo, ma comunque popolare. Incentivi ai poveri attraverso la Social-card, incentivi alla grande industria automobilistica, incentivi alle imprese attraverso il piano casa, insomma, una serie di provvedimenti deboli, forse inutili, ma in ogni caso provvedimenti. Accompagnano Sacconi Ministro del Welfare e promotore di questi provvedimenti l’azione politica di Tremonti all’economia Brunetta alla Funzione Pubblica, Gelmini all’Istruzione, nel modo non ottimale per risolvere i problemi, ma sicuramente in linea con le opinioni della classe media italiana. La lotta ai fannulloni di Brunetta contro il pubblico impiego, in alcuni casi rasenta la vergogna ma quanti atteggiamenti protezionistici sbagliati da parte dei Sindacati. L’opinione della gente pesa non poco oggi nelle scelte del governo e in questo quanta poca accortezza a non comprendere la necessità di riformare il pubblico impiego, la Scuola, L’Università e tutto il mondo del Pubblico Impiego, da parte del centrosinistra e dei Sindacati. Il centrosinistra da quindici anni a questa parte non ha rappresentato che il governo dei sacrifici a differenza delle maniche larghe mostrate dai governi di centrodestra. Sempre a ripianare gli errori di Berlusconi e del suo liberismo, colpendo sempre e in ogni modo la classe media, con tasse nazionali, consentendo maggiori tributi da parte degli enti locali, sempre per rispettare i patti di stabilità o i parametri di Maastricht. Oggi, all’indomani della nascita del Pdl, il Pd dovrà riflettere e non poco sul da farsi, sulle proposte alternative e di coraggio da proporre alla nazione e al Governo in carica. Il centrosinistra Governa ancora nella maggioranza delle regioni, inizi da queste realtà un esempio di buon governo a parte la Campania di Bassolino, vero tallone d'Achille per Franceschini e soci. Oggi tutti guardano con sospetto all’ennesima provocazione mediatico-elettoralistica, in vista delle europee da parte di Silvio Berlusconi. Molti di quelli citati in premessa (Fini-Mussolini-Rotondi-Caldoro-Dini- Giovanardi), sono confluiti nel Pdl, altri come Mastella non li abbiamo visti cantare (in play-back), l’inno nazionale. Il 44% dei consensi oggi potrebbe rappresentare una realtà, il 51%, un sogno, ma viste le condizioni del Pd, le intenzioni dell’Idv di Di Pietro, le dichiarazioni di poca disponibilità di Casini e soprattutto i ragionamenti di Comunisti ed ex Comunisti, c’è davvero da stare poco tranquilli. In tutto il mondo democratico, da sempre il Populismo o questo Neo-popolarismo si combatte con una vera, seria, incisiva “Iniziativa Riformista”. Riformismo, un concetto sostenuto da anni dagli uomini della sinistra italiana, ma a chiacchiere, questa volta per ripartire ed avviare la riscossa elettorale, dalle parole bisognerà passare ai fatti.

mercoledì 18 marzo 2009


La città ideale

Ci sono alcune icone che ci colpiscono e caratterizzano in modo positivo o negativo la nostra esistenza. Potrei parlare di quanto influenzano la vita di tanti esseri i simboli del calcio o della politica, della musica o della nostra società contemporanea, farei solo esercizio di retorica accademica, ma il risultato non cambierebbe di molto. I simboli fanno parte della nostra esistenza e noi ne siamo o legati o schiavi. Nel maggio dello scorso anno ho sentito la necessità di creare un Blog personale e di scrivere, senza regole o tempi precisi, dei post ho titolato il Blog “Casoriainrete”. Il logo che ne ho scelto è stato “La città ideale”, in un ritaglio della parte centrale del quadro di un artista anonimo. Non entro nel merito di una critica all’opera, che sarebbe oltremodo inopportuna, ma una cosa ci tengo a dirla, l’effetto che mi trasferito "La città ideale", sin dalla prima volta che l’ho vista è stata quella di una perfezione architettonica che ho ritrovato in alcune città del Centro Italia. Sono state tante le volte che, visitando borghi, città o castelli dell’Umbria delle Marche, della Toscana o dell’Emilia, ho avuto un senso di tristezza nell’immaginare che tutta quella storia, tutta quella bellezza artistica, tutto quel patrimonio, nelle nostre terre era andato perduto in parte o definitivamente. Un pensiero mi è passato sempre nella mente camminando nella storia di quei luoghi, fondati anche da popolazioni barbare (Franchi e Longobardi). In quelle terre i Barbari sono arrivati e poi scomparsi, integrandosi, dalle nostre parti, i barbari sono arrivati e da questi luoghi non sono andati più via.
“La città ideale” quindi resta un sogno a Casoria e non solo forse in tutto il meridione, grazie ai Barbari che ci hanno dominato e che dominano ancora.
Stimolato da alcuni amici personali ho da qualche tempo accettato l’incarico di Presidente della Pro Loco Casoria.
L’impegno da Presidente di questa gloriosa associazione, che solo nella nostra città è stata utilizzata quale mero strumento di scalata politica, mi allontanerà per forza di cose dall’impegno diretto in politica, è naturale. Chi mi conosce sa bene che il mio modo di interpretare i ruoli è strettamente legato all’impegno, alla passione e alla professionalità. Così è stato, quando giovanissimo ho allenato la prima squadra di pallavolo che portasse il nome di Casoria, con il “Centro Sportivo Casoria”, così è stato quando sono stato chiamato all’impegno politico, dall’organizzazione del P.S.D.I. nel direttivo provinciale dal 1989 al 1992 alla prima volta in Consiglio Comunale,dal 1994 al 1998, dal guidare i socialisti di Casoria dal 1999 al 2005 al rappresentare lo stesso partito in giunta da assessore al Primo settore dal 2000 al 2001, dal rientrare in Consiglio Comunale nel 2004, al candidarmi alle ultime elezioni comunali nel Pd nel 2008. Venti anni e forse più. Molti, tanti se penso alle cose che mi sono passate avanti in un modo così veloce senza un attimo di tregua, molte cose positive, tante altre negative.
Oggi, nell’accettare questa nuova sfida, chiederò a tutti gli amici di continuare ad avere fiducia, la città di Casoria ha bisogno non solo d’autoreferenzialità ma anche e soprattutto di proporre iniziative legate al rilancio della cultura, dell’informazione, della partecipazione attiva alla ricerca delle proprie radici e delle proprie tradizioni.
In questo lavoro chiederò l’ausilio d’esperti di settore e del mondo della scuola pubblica che sarà al centro della nostra iniziativa.
Il dialogo e lo scambio di idee tra la fantasia dei giovani e le esperienze dei meno giovani sarà la certezza di cose da fare guardando al mondo d’oggi, con attenzione, senza pregiudizi, con fiducia.
Non mi tirerò indietro se sarò chiamato ad esprimere le mie opinioni, è ovvio sono ancora in grado di intendere e di volere e soprattutto ho un diritto ancora sancito dalla Costituzione: “La libertà di esprimere le mie opinioni”.
Sarò attento all’ascolto, allo scambio di esperienze e di collaborazione, con tutti, nella nostra Pro Loco.
Da oggi parte una nuova sfida, in particolare con me stesso. Parto dalla certezza di poter contare, in particolare su una squadra di amici che da sempre ha creduto, a volte anche immeritatamente nel sottoscritto.
Questa sarà per me la maggiore garanzia per partire nel modo giusto in questa nuova esperienza, consapevole che non sarò solo e più di ogni altra cosa che ci divertiremo, come sempre.

mercoledì 11 marzo 2009


Il danno


Dalla lettura dei giornali di ieri martedì 10 marzo, la notizia del “buco” nelle finanze comunali di 500mila euro spesi in quattro mesi dal gennaio all’aprile 2008 nel settore della Pubblica Istruzione, ha dell’inquietante. In primis perché 500mila euro non sono bruscolini ed anche il più grande alchimista dei bilanci degli enti in generale, non avrebbe la capacità di “inventare” un tale artifizio. Si fa riferimento anche alle pressanti richieste del Sindaco, con dichiarazioni forti, ai funzionari ed ai dirigenti per conoscerne le motivazioni. Insomma il solito chiacchiericcio, che ad onor del vero in questo periodo sta iniziando a prendere corpo nella dialettica politica locale. Lo dirò fino alla noia, la città è stanca dei pugni battuti sul petto, ci sono strade che per districarsi bisogna essere un autorevole pilota di rally, alcune interrotte da settimane. C’è da raddrizzare il tiro sul concorso dei vigili da Moto-GP che s’intende portare avanti al Comune di Casoria, in barba alle capacità e alla professionalità che necessariamente oggi deve avere un agente della Polizia locale. C’è da proporre un dibattito serio sulle aree dimesse e sulle opportunità future legate a progetti sul territorio della nostra città. Insomma non dovrebbero essere i giornali, le piazze, i bar, i marciapiedi, i terreni di scontro della politica locale, credo ma l'Assise civica. Si denuncino nelle sedi più opportune le leggerezze, distrazioni, omissioni o quant’altro, senza riferimenti ad ignoti, ci saranno firme, timbri o quant'altro, a supporto dell’amministrazione. Non si dimentiche che il responsabile del PEG (piano di gestione economica) di un’area di un ente è il Dirigente di setttore. C’è un particolare che forse sfugge al Sindaco, agli assessori, ai dirigenti, alla classe politica, ai cronisti o agli opinionisti locali, la pongo in forma di quesito. Se oggi accadesse un problema di scomparsa di soldi dal bilancio di un settore il Consiglio Comunale sarebbe l’organo demandato a discutere, approvare o bocciare il Bilancio stesso proposto dall’amministrazione Ferrara nelle sedute di votazione. Nel 2008, chi era responsabile del controllo e dell’approvazione del bilancio visto che il Consiglio Comunale era sciolto? Da cittadino direi la Commissione Straordinaria della Prefettura di Napoli, mi sembra strano che nessuno dei pur autorevoli, capaci e navigati politici o giornalisti locali lo dica. Ci tengo a sottolineare questo perché le attuali normative prevedono che chi subentri al governo di una città ha l’obbligo di controllo le eventuali responsabilità contabili ed amministrative delle precedenti amministrazioni, Commissariamenti Prefettizi compresi. La politica deve riconquistare il proprio ruolo di riferimento per una comunità, che lo faccia il centrodestra a Casoria, ben venga ma lo faccia nel modo e nelle sedi giuste, anche nei tribunali se dovrà essere necessario, il tempo in politica passa e non perdona.


Da "Il Mattino

10/03/2009

DOMENICO MAGLIONE Casoria. Li ha fatti e rifatti personalmente una decina di volte ma quei conti proprio non hanno voluto quadrare: il sindaco Stefano Ferrara ha scovato così l'ennesimo «buco» nelle finanze comunali, 500mila euro spesi in quattro mesi, da gennaio ad aprile 2008, nel settore della pubblica istruzione. Soldi che non si sa che fine abbiano fatto. «Me ne dovranno dare conto: voglio sapere come è stato speso quel denaro della collettività», dice il primo cittadino che da giugno scorso guida un esecutivo di centrodestra. Quel miliardo circa di vecchie lire sembra essersi volatilizzato: non ci sono, infatti, fatture o altri documenti contabili che consentano agli attuali amministratori del Palazzo di piazza Domenico Cirillo di capire quale strada abbiano preso quei fondi. «Ho chiesto agli ex dirigenti e direttori di servizio delle spiegazioni scritte - continua il primo cittadino - Finora non ho ricevuto alcuna relazione: se dovesse perdurare questo silenzio sarò costretto ad inoltrare una denuncia contro ignoti e attendere che la giustizia, anche quella contabile della Corte dei Conti, faccia poi i propri passi». Non è proprio un bel momento, insomma, per l'ente locale. Appena qualche giorno fa è saltata fuori la truffa dei rifornimenti di benzina per auto del comune di Casoria non più utilizzate da mesi. Non solo. Ma ci sono anche le iperfatturazioni di carburanti: una sola macchina di servizio in 6 mesi, compreso agosto, ha «bruciato» 5mila euro di benzina. In un solo giorno, addirittura, una Panda ha consumato quasi 100 euro. «Ci sono troppe cose che non andavano - fanno rilevare alcuni rappresentanti della maggioranza - Troppe spese allegre, troppi sperperi di denaro pubblico: ma ora è tutto finito». Le finanze dell'ente, intanto, inducono qualche preoccupazione di troppo agli amministratori comunali. I debiti del passato creano grattacapi seri e il comune rischia la bancarotta. C'è da risolvere la spinosa questione legata al pignoramento di oltre 53 milioni di euro notificato al tesoriere comunale dal consorzio CPR3 che ha realizzato i 482 alloggi della ricostruzione nel rione Arpino. Ma c'è anche il debito, con tanto di sentenza esecutiva del Tribunale di Napoli, di quasi 1,5 milioni per un contenzioso nato con l'associazione temporanea d'imprese che doveva realizzare i 6 istituti previsti dalle legge Falcucci, poi affidati ad altre ditte.

domenica 8 marzo 2009


Il Pantano


Mi riesce davvero difficile comprendere il clima politico di Casoria. Due notizie destano preoccupazione ed inquietudini. La prima, ne ho parlato nel post precedente riguarda il concorso per 10 vigili urbani di categoria C, inteso da qualche sprovveduto dirigente o assessore al personale “C = Centauro”, o “C = Ciclomotore”. A tal proposito mi verrebbe da chiedere come mai l’attuale amministrazione non ha chiesto i danni erariali agli attuali Vigili Urbani inseriti nelle graduatorie FORMEZ, alcuni laureati, ma quasi sicuramente sprovvisti del requisito fondamentale “Patentino A” (guida motociclo 125). Passiamo al secondo punto. Due documenti uno della Sinistra Critica e l’altro molto più forte della Uil-Funzione pubblica, propongono un dibattito acceso intorno sul carattere persecutorio di un provvedimento dell’amministrazione nei confronti del personale del Comune di Casoria, in particolare legato a qualche sigla sindacale o a qualche partito politico. spiega l’articolo di Domenico Maglione da “Il Mattino” “Impiegati trasferiti, bufera al Comune”.

Ma andiamo con ordine.


Uil-Funzione pubblica - «I trasferimenti di personale al Comune? Solo gravissimi atti persecutori, un repulisti in piena regola contro persone che, pur dimostrando professionalità e dedizione al proprio lavoro, magari non condividono l'ideologia politica di questa maggioranza» e ancora «esprime la propria indignazione per Il carattere persecutorio si evidenzia in maniera inaccettabile soprattutto per alcuni dipendenti che sono stati spostati per meri motivi di appartenenza politica nonostante assicurino la propria attività con indiscussa diligenza e capacità. Le modalità operative decise al di fuori di un qualsiasi reale e democratico confronto con le organizzazioni sindacali risentono di un modo di fare assolutamente illegittimo e carico di messaggi intimidatori - si legge altresì nel documento inviato al Prefetto - I comportamenti posti in essere, arroganti e violenti, contribuiscono a generare un clima di forte destabilizzazione nei dipendenti che si vedono aggrediti e privati dei loro diritti fondamentali».;


Sindaco: «Sono comunicati folli quelli messi strumentalmente in i trasferimenti sono stati decisi a un tavolo di concertazione con gli stessi sindacati. Non capisco ora perché la Uil, e da sola, protesti. Non capisco ora perché la Uil, e da sola, protesti»;


Michele D'Anna Assessore al personale: «Stiamo provvedendo a rimodulare l'organizzazione del personale dipendente addirittura con il consenso dei diretti interessati .Chi ci accusa di lesa maestà è soltanto perché non vuole aprire gli occhi al rinnovamento e a una migliore organizzazione dei servizi che prevede il decentramento di strutture e uffici importanti anche nella frazione Arpino».


Pd-Idv-Ps: hanno richiesto anche la convocazione di una seduta straordinaria di consiglio comunale «per conoscere le ragioni del trasferimento d'imperio e senza valide motivazioni di decine di dipendenti comunali».
Chi ha ragione e chi ha torto? Personalmente penso che l’attuale amministrazione si stia avviando verso un territorio tortuoso e infido quale quello della materia del Personale o Area risorse umane. Appare davvero strano che coincidono in un preciso momento della vita politica, un concorso dei vigili passato dai 100 che aveva promesso il Sindaco in precedenza agli attuali 10, ma come espresso prima 10 non ci sono già, seppur precari o a contratto annuale? I trasferimenti. L’amministrazione non ha facoltà di operare una redistribuzione dei Dirigenti, dei Funzionari, dei dipendenti. L’amministrazione ha l’obbligo di farlo, per non creare sacche di “Potere consolidato e perpetuo”, per adempiere a richieste specifiche o individuali. Alcune categorie certo non possono essere svestite dei loro ruoli, certo, come i Vigili Urbani, ma sicuramente all’interno dello stesso corpo ci può essere una flessibilità orizzontale per completare esperienze lavorative o per dare l’opportunità di evitare “sacche di interessi specifici”, come è accaduto in realtà dell’interland napoletano. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con spostamenti individuali, seppure concordati nei principi con la R.S.U. aziendale. I termini attuativi sono fondamentali, non le dichiarazioni di principio. La crisi economica internazionale, nazionale, locale, dovrebbe imporre una svolta dell’attuale amministrazione nei confronti dei problemi veri e seri della città di Casoria. Come si concretizzerà la nascita dell’Ovulo e il centro di benessere che ne conseguirà sui livelli occupazionali locali. Gradirei, come tanti altri cittadini, come è accaduto in realtà del circondario, che le professionalità lavorative siano innanzitutto iscritte al collocamento di Casoria, altrimenti non si spiega quali altri interessi dovrebbe avere una classe politica cittadina nella realizzaione di certi obiettivi. Basta con queste liti da pollaio, non interessano, non preoccupano nessuno le faide interne, vecchie e nuove, le ritorsioni, le epurazioni, la caccia alle streghe, preoccupiamoci di altro, del futuro innanzitutto della città di Casoria, che ha avuto in passato una classe politica inadeguata, ma certo, visti i risultati non può certamente confidare in quella attuale.



Questa pantomima sono sicuro non finirà qui, per dovere di cronaca sono arrivate smentite da parte di alcuni esponenti del Pd e dell'Idv ?!? Saremo attenti a riportare le prossime puntate.

mercoledì 4 marzo 2009

Agostino ò pazzo

Negli anni settanta esisteva un centauro ribelle che manifestava la sua abilità di motociclista in ogni modo e in ogni occasione possibile. Le sue gesta divennero leggenda, ho raccolto qualcosa: “un funambolo formidabile a bordo della sua motocicletta classe 125 truccata: un uomo che sbeffeggiava, sfidava e colpiva le forze dell’ordine, tutelanti un ordinamento ingiusto. Fosse solo per questo, un personaggio davvero bizzarro e simpatico, quasi da venerare, come facevano le schiere di scugnizzi all’epoca che seguivano, tifavano ed applaudivano durante le sue forsennate scorribande fra piazza San Ferdinando e Via Toledo, fino a piazza Trieste e Trento, in pieno cuore di Napoli. Ma volendo limitarci alla sua ribellione a 120 all’ora contromano, con la satanica risatina dopo aver sottratto ad un poliziotto la paletta con cui questi gli aveva intimato l’alt, fa ancora oggi, quasi quarant’anni dopo, sorridere. Come le parole di Broccoli alla radio che dice alle sue giovani collaboratrici di redazione: “Che bello, quando i delinquenti erano brave persone…”
Ma lo avrebbe mai immaginato Agostino ò pazzo che a Casoria oggi, lui guidatore di una motocicletta 125 di cilindrata, avrebbe avuto un requisito d’accesso indispensabile per acceder al concorso per dieci Vigili Urbani nel Comune di Casoria? Non contano i criteri di competenza di:
· Codice della strada;
· Codice penale per reati ambientali e abusivismo edilizio;
· Conoscenza della legislatura sul commercio;
· Conoscenza del codice Civile legato a problemi Sanitari, assistenza sociale, assistenza alle asl per cittadini instabili di mente (TSO).
A parte la proverbiale conoscenza della cultura generale,e conoscenza del le lingue straniere.
Chissà cosa penseranno i genitori di tanti ragazzi che dopo aver fatto sacrifici per lo studio, il diploma, la laurea dei propri figli oggi si devono rammaricare del fatto che i figli stessi non abbiano avuto la “lungimiranza” di prendere la tanto sospirata patente “A”. Prove orali, prove scritte, visite mediche, macchè una bella impennata con la moto, alla Agostino ò pazzo e il Patentino “A” nel nella tasca posteriore e via.
Il Mattino

04/03/2009

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Concorso al Comune polemica sui requisiti

Nel bando sono richieste le patenti A e B

DOMENICO MAGLIONE Casoria. Parte tra le polemiche il concorso per l'assunzione di 10 vigili urbani al Comune. Non piace, infatti, il requisito che prevede il possesso per i partecipanti della patente di guida di categoria A e B o soltanto B se acquisita entro il 25 aprile 1988. «È una discriminazione: tutti hanno diritto di partecipare, anche i più giovani che sognano un posto di lavoro che non può essere negato solo per un cavillo burocratico», affermano alcuni potenziali partecipanti alla selezione per titoli ed esami. Ma al Comune respingono le accuse: «Il requisito della patente A e B è necessario per arruolare i futuri vigili che dovranno essere in grado di guidare anche i ciclomotori - spiega il comandante della polizia municipale cittadina, Fabio Dimino - Non si tratta di alcuna discriminazione: è solo un provvedimento dettato dalla necessità di avere figure professionali con le referenze giuste». Chi intende partecipare al concorso ha tempo fino al 29 marzo per presentare la domanda. Tra i requisiti sono previsti il possesso del diploma di scuola media superiore e la conoscenza di una lingua, inglese o francese, a livello scolastico. Non verranno considerati idonei coloro che abbiano sofferto negli ultimi due anni di crisi comiziali. Le prove sono due, scritta e orale, ma l'amministrazione comunale di centrodestra guidata dal sindaco Stefano Ferrara si è riservata la possibilità di svolgere una preselezione, con quiz a domande multiple, se le domande dovessero essere 15 volte superiore ai posti a concorso. «Faremo tutto in maniera molto veloce e rapida per incrementare il corpo della polizia municipale con nuove figure professionali importanti per garantire, con il potenziamento dell'organico, un miglioramento dei servizi all'utenza», affermano alcuni esponenti dell'esecutivo cittadino. «Va bene la celerità, ma l'importante è che tutto avvenga con trasparenza e legalità: tutti devono avere uguali possibilità per ricoprire i posti inseriti a concorso senza creare come è avvenuto tante volte in passato corsie preferenziali che hanno portato spesso a privilegiare amici, parenti e conoscenti dei politici e dei vari potenti di turno», concludono un gruppo di universitari che si accingono a presentare la domanda per partecipare alla selezione.

martedì 3 marzo 2009


Il walfare prima di tutto

Correva l’anno di grazia 2007, precisamente novembre, come tantissimi altri amici e compagni dei Ds, della Margherita, Socialisti, Repubblicani, mi impegnai a sostenere, alle Elezioni primarie del neonato Partito Democratico, più precisamente Segretario Enrico Letta.
Com’è andata a finire lo sanno tutti, anche i meno appassionati alle vicende politiche. Oggi mi sono allontanato dall’impegno diretto nel Pd, come tantissimi italiani aspetto segnali di vita. Intanto devo sinceramente riconoscere ad Enrico Letta un punto in più rispetto a temi molto delicati legati al lavoro e alla previdenza. Sicuramente avrà pesato in questa formazione l’incarico di Ministro del Lavoro del primo Prodi.

Propongo quindi un intervista rilasciata da Enrico Lettaad Antonio Polito, pubblicata su «Il Riformista» di martedì 3 marzo.
Tanto costa l'intervento proposto dal Pd a favore di chi perde il lavoro. Una base di partenza per «la grande riforma degli ammortizzatori sociali. È il momento per farla Come si può pensare di affrontare la più grande crisi che la storia italiana ricordi nel dopoguerra con la "deroga"?».
Lei è il responsabile del dipartimento Welfare: sapeva della proposta lanciata da Franceschini dell'assegno mensile a chi perde il lavoro?

«Questa è una proposta che sta dentro i disegni di legge già presentati in Parlamento dal Partito democratico. Io la condivido e bisogna raccontarla per quello che deve diventare, cioè la grande riforma degli ammortizzatori sociali. La riforma di cui il nostro Paese da tempo ha bisogno perché l'Italia, rispetto agli altri paesi europei, ha ammortizzatori sociali da economia fordista degli anni '70».Tra l'altro in mezza Europa l'assegno mensile per chi perde lavoro c'è già...
«Da noi il problema è aggravato dal fatto che abbiamo 15 anni alle spalle in cui è nata una nuova tipologia di lavoratori, la grande famiglia dei parasubordinati con tutte le forme di lavoro che si sono create nel tempo a partire dal vecchio co.co.co. Tutto questo mondo del lavoro, negli anni, ha svolto mansioni che in molti casi erano da contratto a tempo indeterminato».Soprattutto nel pubblico...

«Dovunque. Il problema è che se a quelle persone non viene confermato il contratto parasubordinato si trovano prive di qualunque tipo di copertura. C'è qualcosa che stava dentro il protocollo sul Welfare fatto nel 2007 dal governo Prodi, che assegna ad alcune di quelle tipologie di lavoro forme per sei mesi, per qualche mese con assegni che sono oggettivamente da rivedere. Ma il tema oggi è un intervento universale, che ci collega subito alle tesi di Boeri e Garibaldi».Universale vuol dire che andrebbe a chi ha perso il lavoro ma anche a chi non ce l'ha?
«Universale vuol dire che è rivolto a chi perde il lavoro, qualunque lavoro faccia».E chi invece non t'ha mai avuto?
«Su questo c'è il secondo tempo dell'intervento, sul quale però la riflessione va ancora approfondita e sul quale i costi sono molto maggiori».Soltanto per chi perde il lavoro, avete un'idea di quanto costerebbe?

«Dieci miliardi. Che possono essere spalmati, non è che bisogna fare tutto e subito. Il motivo per cui insistiamo su questa proposta è che il governo ha trovato otto miliardi e li ha sbandierati. Ed è un fatto positivo perché sono un mix tra risorse statali e risorse delle Regioni. Un accordo su otto miliardi di euro da usare per gli ammortizzatori sociali. La differenza con la nostra proposta sta nel fatto che noi diciamo che una cifra del genere, in un colpo solo per protezioni sociali di chi perde il lavoro, non si è mai vista.
Approfittiamo del momento, facciamo adesso la riforma. Il Governo invece dice: no, usiamo questi soldi per rimpolpare i vecchi strumenti, cioè la cassa in deroga. È questa la nostra critica. Anche terminologicamente, come si può pensare di affrontare la più grande crisi che la storia italiana ricordi nel dopoguerra con la parola "deroga"?
Già culturalmente è un errore. Dobbiamo trovare una via maestra per affrontare questo problema, non una deroga. La deroga dà l'idea che non funzioni lo strumento che abbiamo, cioè la cassa integrazione che è pagata soltanto dalle grandi imprese e che però in deroga va poi in modo discrezionale a seconda di cosa decide il ministero del Lavoro e del Welfare. Insomma, è questo il momento di fare la riforma. È questa la sostanza della nostra proposta».
Allora, quando Berlusconi dice che costerebbe troppo, 1 punto e mezzo di Pil, a che cosa si riferisce? All'intera riforma degli ammortizzatori?

«Sì. Si riferisce anche all'idea di inserire un reddito minimo di cittadinanza. Ma questo che noi proponiamo ha un costo di dieci miliardi di euro, otto già ci sono, e aggiungo che ci sono anche altre risorse a cui si può attingere. Ad esempio, ci sono tre miliardi e ottocento milioni di euro che sono gli utili non redistribuiti della Cassa depositi e prestiti. Stanno lì. Utilizziamoli per uno strumento di questo genere. La Cassa depositi e prestiti, come lei sa perché il suo giornale ha fatto una campagna molto importante sul tema del credito alle imprese, esiste. Esistono due grandi capitoli: protezione sociale per chi perde il lavoro e anticipo da parte della Cassa depositi e prestiti alle imprese dei crediti che le imprese vantano nei confronti della Pubblica amministrazione. Si calcola tra i 50 e i 60 miliardi di euro. La pubblica amministrazione, strozzata dai tagli che arrivano dall'alto, si rifà sulle imprese chiudendo rubinetti e spostando il pagamento a 12, 18 mesi».
Secondo lei, perché, dato che questa idea dell'assegno mensile è molto popolare e non costa così tanto come lei dice, un governo come quello Berlusconi, molto attento al successo popolare delle sue iniziative e soprattutto mai particolarmente preoccupato delle virtù del bilancio pubblico, è invece improvvisamente diventato così sparagnino e rigorista?

«Una parte della risposta riguarda la linea, che Tremonti sta seguendo e che io non critico, della massima attenzione alla credibilità dei conti pubblici italiani dentro il mercato internazionale. È di questo weekend la notizia che dà di Irlanda e Grecia come due economie che rischiano la bancarotta. Diamo ormai per assodato che almeno un terzo dei paesi dell'Est europeo sono sostanzialmente in bancarotta, se non ancora tecnicamente. Quindi esiste la possibilità per un'economia moderna di trovarsi travolta dalla crisi come ora sono travolte le banche. Penso che sia il momento nel quale l'attenzione alla credibilità dei nostri conti pubblici è fondamentale, quindi fa bene Tremonti. Però è vero che il giudizio che ogni mercato internazionale guarda è composto di due cifre. Una che sta sopra e una sotto, cioè il Pil. Ecco perché penso che il problema italiano sia dare una risposta a queste 300-500mila persone che rischiano di perdere il posto di lavoro, perché se non si dà una risposta a quelle, l'effetto depressivo sui consumi e sul Pil sarà un disastro».

sabato 28 febbraio 2009


La Periferia della periferia

Casoria è una città che vive complessità al di fuori della norma rispetto ad altre realtà nel circondario. Dodici chilometri quadri divisi tra Ottantaduemila abitanti, a parte gli ospiti più o meno graditi.
Città abitata per lo più da gente occupata e che da anni non utilizzano più le risorse territoriali per lavorare. Di insediamenti produttivi ce ne sono davvero pochi rispetto alla popolazione e non sempre si è rispettato la precedenza ai disoccupati locali per le opportunità avute (Megastore Mediaworld – Decatlon – Emmelunga etc.).
I pendolari che partono da Casoria di mattina sono tanti e si affollano alle fermate degli autobus o delle Ferrovie dello Stato. I più fortunati si muovono in tangenziale o sull’asse mediano in giro per la provincia. Territorio diceva di 12,03 Kmq., popolazione di81. 888 abitanti (censimento Ottobre 2001) risultato: densità abitativa 6.806 abitanti per chilometro quadro. Non voglio tediare con dati statistici, ma fatti i conti, tolti gli studenti, i disoccupati, i sottoccupati (contratti di lavoro atipici), i cassintegrati che si avviano ad essere sempre di più, chi manda avanti la barca sono i pochi ancora occupati, i pensionati, di anzianità o per invalidità il resto. Il resto dovrebbe vivere utilizzando le risorse di questi ultimi (commercianti, artigiani, professionisti). Totale, situazione difficile, da periferia di grande città del meridione, ma senza centro, un unico megaparco senza verde e senza possibilità che le aree ancora libere, seppure contaminate (aree dimesse), possano essere in futuro utilizzate, perchè? Intanto a parte il progetto de “La città del libro”, naufragato clamorosamente e scippato da Ponticelli a Casoria, non c’è stata nessuna possibilità di concretizzare idee legate al P.I.P. della ex Resia rimasto progetto scritto nel libro dei sogni, immaginare oggi, con la crisi economica, investimenti produttivi sarebbe da folli. Cosa rimane allora, come si muove l’economia cittadina? Ci si arrangia nei piccoli negozi, i piccoli artigiani tirano avanti, i professionisti, sono una casta a parte, ma in ogni caso colpiti dalla crisi. Chi resta : gli emarginati.
Inutile parlare di walfare o stato sociale, sarebbe troppo lunga la faccenda, limitiamoci ai fatti.
Proprio intorno al mondo più esterno ad una periferia, già periferia della periferia che gli articoli de “Il Mattino”, destano preoccupazioni ed inquietudini. Il “Parco dei pini”, conosciuto con il più semplice “219 di Arpino”, ed altri centri di edilizia popolare post-terremoto, rappresentano centri di reclutamento per delinquenze organizzate e non. Quello che accade in quei mondi è qualcosa che il film “Gomorra” ha descritto, ma viverle sarà un inferno. Si potrebbe scrivere all’infinito sugli effetti negativi di quel maledetto sisma del 1980. Fatto stà che oggi ogni città della provincia e ogni quartiere di Napoli hanno le proprie croci, 219 o Parco Verde, 167 o Bronx di San Giovanni, sono questi i centri nevralgici dove si annida il malessere sociale più evidente, paragonabile solo alle zone di guerra orientali o le periferie sudamericane. Non basterà la deriva totalitarista della destra a cui assistiamo, non basterà la demagogia catto-comunista della sinistra, bisognerà rispolverare lo slogan con il quale “Don Antonio” Sassolino vinse le elezioni a Napoli la prima volta a Sindaco: “Sviluppo e occupazione”.

Il Mattino

27/02/2009

Casoria, espugnato il fortino del clan


MARCO DI CATERINO Casoria. Da quartiere della ricostruzione post terremoto a fortino del clan Licciardi. Un posto diventato negli ultimi mesi così inaccessibile agli «estranei», tanto che sono dovuti intervenire i carabinieri. Un centinaio, in assetto anti sommossa e scortati da alcune unità cinofile. Il blitz al «Parco dei Pini» è scattato all'alba. I carabinieri di Casoria, diretti dal maggiore Paolo Cambieri, hanno circondato il rione 219 di via Pascoli ad Arpino dove i residenti, tra lanci di pietre e vari oggetti che hanno semidistrutto una autoradio dei militari e con tutto il campionario di ingiurie, hanno assistito e a volte impedito l'operazione dei militari. Dopo sei ore di occupazione, una cinquantina di perquisizioni domiciliari, i carabinieri hanno denunciato per ricettazione Antonio Trambarulo, 42 anni, considerato il referente del clan Ricciardi in via Pascoli, trovato in possesso di un centinaio di borse «Carpisa», che facevano parte di un carico di un tir rapinato a Pavia. I militari hanno passato letteralmente al setaccio gli isolati 2 e 3, composti da quasi cento appartamento, quasi tutti occupati sia da pregiudicati affiliati al clan Licciardi che da incensurati, ritenuti dagli stessi carabinieri orbitanti nella stessa cosca. In un ambiente palesemente ostile al controllo, i militari hanno anche verificato quello che c'era in una ventina di garage realizzati abusivamente e molti dei quali persino protetti da spesse blindature. Nel quartiere «underground», i carabinieri hanno recuperato ben dieci auto, risultate rubate in diverse zone dalla Campania e in attesa di essere smontate a pezzi, o sottoposte al cambio di identità con il montaggio di nuovi numeri del telaio. E dipanando un vero ginepraio di prestanomi e falsi o inesistenti intestatari dei garage abusivi, i carabinieri sono riusciti ad identificarne solo due, padre e figlio. E per M.F., 65 anni, e V.F., 36 anni, incensurati del posto è scattata la denuncia per ricettazione. In alcuni cunicoli e nei posti più angusti dei sottoscala degli isolati due e tre, i carabinieri hanno trovato e sequestrato una cinquantina di centraline elettroniche in dotazione ad alcune auto di grossa cilindrata e senza le quali non è possibile attivare il funzionamento del motore e centinaia di pezzi metallici sui quali erano stati stampati numeri di telaio. In un'altra zona dei sotterranei, la task force dei carabinieri ha rinvenuto e sequestrato due moto di grossa cilindrata risultate rubate, della stessa marca e dello stesso colore di quelle utilizzate da una banda di rapinatori che agisce proprio tra Arpino e il tratto da Casavatore a Casoria della circumvallazione esterna, dove quindici giorni fa sono stati uccisi nei pressi del supermercato «Lauro» il boss Rocco Perfetto e il barman incensurato Salvatore Del Prete. I militari hanno anche controllato i pregiudicati ai domiciliari e i sorvegliati speciali.

Tentato colpo in merceria tre giovani in manette

Casoria. Una violenta crisi isterica della vittima, manda a vuoto la rapina, fa scappare i malviventi che nella fretta di allontanarsi cadono dallo scooter che lasciano per strada davanti alla merceria «Mille Articoli» in via Frosinone a Casoria, dove avevano tentato il colpo. Un'ora dopo i carabinieri, diretti dal maresciallo Enrico Giordano, fanno scattare le manette per Giuseppe Riano, 33 anni, Antonio Forte, 22 anni, pregiudicati del rione Salicelle e per il complice minorenne, A.M., 17 anni, dello stesso quartiere. All'arresto è sfuggito un quarto componente della banda, ora ricercato. La rapida conclusione dell'indagine è avvenuta grazie al fatto che i malviventi avevano abbandonato lo scooter. Dal numero di targa, i militari sono risaliti fino all'intestatario, Giuseppe Riano, che nel frattempo aveva denunciato il furto dello scooter e dichiarato agli investigatori di averlo prestato ad alcuni suoi amici. Una versione che non ha convinto i militari, che invece avevano già ammanettato Antonio Forte e il complice minorenne, che avevano ammesso le loro responsabilità. m.d.c.

mercoledì 25 febbraio 2009


FAMILISMO

Ho letto, come tanto cittadini, il manifesto con i quattro simboli del centrosinistra e il cui contenuto è stato sintetizzato da Mimmo Maglione nell’articolo che segue. Cosa dire, è tutto vero, ma andiamo con ordine:

Ø Pietro Iodice Assessore all’Ambiente - nipote di Giovanni Paone - consigliere del Pdl;
Ø Pasquale D’Anna Assessore alle Politiche sociali - cugino di Gennaro Nocere Presidente del consiglio comunale Pdl;
Ø Michele D’Anna – Assessore al Personale – fratello di Srgio D’Anna consigliere Pdl:
Ø Ernesto Valiante – Assessore ai Lavori Pubblici – cognato di Gennaro Nocera Presidente del Consiglio Comunale;

In giunta questi sono i nominativi. Resta sospesa un altro problema che ha dato origine a non pochi problemi per il Sindaco Stefano Ferrara, la nomina di Difensore Civico di Franco Polizio fortemente richiesta dal figlio Fortunato consigliere del Pdl (candidato più votato alle elezioni amministrative).

Per la prima volta dall’insediamento della 142/90 e dell’81/93 (elezione diretta del Sindaco), in applicazione comunque di norme che lo consentono, il Sindaco si è dotato di uno staff e di addetto stampa. Non era mai successo e invece oggi uomini e donne di fiducia del Primo cittadino, collaborano in sostegno al lavoro di organizzazione e comunicazione in sostegno della Giunta. Immagino le denunce di Polizio e Laudiero e gli articoli dei “Censori”, dei vari giornalini locali.

Non trovo nulla di scandaloso che l’opposizione denunci queste cose all’opinione pubblica, ma qualche riflessione è d’obbligo. Come mai questi problemi vengono sollevati oggi con tale foga e non prima, visto che la giunta è nata a giugno del 2008 e contestualmente si è provveduto agli incarichi in staff?

A mio giudizio, da ex, posso dire che più di uno dei rappresentanti del centrodestra a Casoria, attuale e “tradizionale”, da anni non sono esenti da responsabilità “politiche”, anzi, a paragone molti degli attuali o ex consiglieri erano estranei alle “decisioni” locali, da Franco De Luca a Grazioso, da Giosuè de Rosa ad oggi. Mi piacerebbe che qualche “grillo parlante” della stampa locale. Ancora in campo o oramai in “tribuna”, mi smentisse. Ho virgolettato troppo. Penso che chi leggerà questo post e conosce la politica di Casoria degli ultimi venti anni, mi può solo dire “sei stato un signore Gianni”.

Casoria, politica e parenti: è scontro

Manifesto del Pd: «Nello staff nipote del sindaco». Ferrara: «Farneticazioni»

Il Mattino

22/02/2009

DOMENICO MAGLIONE Casoria. «Il sindaco? Un bugiardo. Con il sostegno di due consiglieri eletti nel centrosinistra ha costituito al Comune una perfetta “parentopoli”: in giunta sono presenti fratelli, nipoti, cognati, cugini di consiglieri del centrodestra mentre nello staff figura addirittura una nipote del primo cittadino». È guerra ormai senza esclusioni di colpi tra maggioranza e opposizione. Il centrosinistra ieri ha sferrato, con un manifesto, l'ennesimo attacco alla coalizione guidata dal sindaco Stefano Ferrara. «A proposito delle infiltrazioni camorristiche, che sono rimaste allo stato solo presunte e politiche, ricordiamo al primo cittadino che fra i suoi attuali collaboratori più stretti vi sono persone citate nella relazione ministeriale e nel decreto di scioglimento», è scritto nel manifesto affisso per la città e firmato da socialisti, Idv, Noi d'Arpino, Sinistra arcobaleno e Pd. Ma è proprio quest'ultimo schieramento a mostrare, al di là delle accuse alla maggioranza, che nell'opposizione vi è più di una crepa. «Il manifesto rappresenta un'iniziativa non concordata e non condivisa - dice Antonio Verre, capogruppo dei democratici - Non è questa la strada giusta che il centrosinistra deve seguire per attuare una opposizione democratica, corretta e produttiva per la città». Con Verre sono d'accordo anche l'ex sindaco Salvatore Graziuso e il primo eletto dei democratici, Franco Russo. La linea del manifesto è condivisa invece da Pasquale Fuccio, ex capogruppo Pd. Anche Noi d'Arpino prende le distanze dal documento. «Noi siamo per costruire e non per distruggere: il nostro obiettivo è quello di raggiungere obiettivi importanti per la frazione», dice Camillo Rapullino. «La lacerazione all'interno del centrosinistra è più netta di quanto si possa pensare - dice il sindaco Ferrara - Addirittura tra i firmatari compare anche Sinistra arcobaleno che nemmeno esiste più. Purtroppo, il manifesto è l'iniziativa isolata di chi dimostra di essere in uno stato delirante per una crisi d'astinenza di potere. Le accuse? Solo farneticazioni». Ma il centrosinistra, o forse è più corretto a questo punto affermare socialisti e parte di Pd e Idv, incalza: «Abbia il coraggio il sindaco Ferrara di dire quanto ha speso fino ad oggi per l'acquisto di tante cose inutili. Come sono stati conferiti gli incarichi professionali e quanto si è speso per feste e festicciole, sprecando risorse per contributi inutili e clientelari?». L'opposizione va a raffica: «Il sindaco, “noto urbanista” degli anni Novanta, in realtà non combatte l'abusivismo, non controlla i piani urbanistici e invece ritarda ad arte l'entrata in vigore del piano urbanistico comunale, per continuare a rilasciare concessioni edilizie. Senza dimenticare che è stato approvato in tempi rapidissimi il progetto dell'Ovulo commerciale senza alcun confronto con la pubblica opinione e l'intero consiglio comunale».

sabato 21 febbraio 2009


La tregua
"Essere moderati non significa essere rassegnati". Inizio con questo concetto espresso molti anni fà da quella grande mente che è stata ed è tutt'ora Ciriaco De Mita, per anticipare la mia opinione sull'evento di maggiore rilievo politico del momento, l'Assemblea Nazionale del Parito Democratico. Ho seguito stamani la cronaca diretta dal sito del Pd, da YUODEM.tv, dopo le dimissioni di Walter Veltroni da Segretario politico. Ho ascoltato interventi più o meno piacevoli ma tutti drammaticamente in linea di principio, nei minuti a disposizione degli oratori, con la decisione di eleggere un Segretario in attesa del Congresso di ottobre. Alla fine Dario Franceschini ce l’ha fatta, ma non bastano le belle parole di un discorso che, dalla premessa alla conclusione, ha avuto un solo grande motivo di fondo: “Decidere”. Ad ottobre ci vogliono otto mesi, passeranno nel frattempo, elezioni amministrative ed europee di giugno, referendum per la legge elettorale (ancora Mario Segni), rapporti con la maggioranza di governo, alleati di sinistra, in ordine: radicale, socialista, riformista, democratica. Comunista, alternativa, antagonista etc., etc. Infine lavoro per un’alternativa politica condivisa con l’Udc di Casini. Non è un compito facile, sicuramente più complesso della segreteria Veltroni. L'aria è da tregua, spero che Franceschini abbia la capacità di mantenga i ranghi, eviti innanzitutto gli stessi errori o orrori del suo predecessore, otto mesi non sono tanti, sono a volte un’eternità. Comunque in bocca al lupo segretario, anche se essendo tanti i politici che ispirandosi a questo stupendo animale dovrebbero imporci in certi momenti il classico “Auguri”. Allora auguri Franceschini.
Segue la cronaca del discorso all’assemblea del Pd pubblicata da www.partitodemocratico.it
Un discorso con dei tratti intimi: la riflessione sui titoli dei giornali, i dialoghi con Veltroni. “In questi giorni ho letto di tutto su di me, e i miei amici mi hanno chiesto di fare un discorso che susciti calore ed emozione. Invece serve franchezza, serve guardarci negli occhi per capire i nostri limiti e ribadire l’orgoglio delle cose fatte. Ma dobbiamo rimboccarci le maniche tutti insieme. Spero che Arturo si candidi, perchè serve un confronto vero e autentico". Ed elenca tra le cose da rivendicare: il radicamento con 6.000 circoli, la velocità nel mescolare le provenienze perché “dove si sono fatte le primarie non si è visto lo schema ex DS contro ex Margherita”. E poi la scelta politica di rompere le vecchie alleanze (che attribuirà a Veltroni) e l’orgoglio per “il grande senso di responsabilità che ha non un PD contenitore, ma una cosa nuova. Non abbiate paura, non ci saranno crisi”. L’omaggio a Veltroni. “Walter ci ha detto una cosa generosa e ha fatto una cosa rara quando ha detto “non ce l’ho fatta, me ne vado”. Voglio dirvi cosa gli ho detto in privato: “Non è vero, senza di te non ci sarebbero state né le primarie né il PD, staremmo ancora a parlare di FED, soggetti politici, pasticci, alleanze vecchie tutti contro uno, impossibilitate a governare”. Poi passa a parlare dei limiti: “il più forte è stata la nostra polemica, la qualità del governo era annullata dalle polemiche. Ed in campagna elettorale è sembrato che andassimo a una rottura con l’Ulivo e con Prodi. Non è così, il PD è il figlio dell’Ulivo. Romano Prodi ha pagato ingiustamente per un giudizio che non merita, ha governato in situazioni difficili, facendo cose straordinarie”. Non tornare indietro. "Non abbiate paura", non ci sarà risultato elettorale per quanto negativo o scontro tra dirigenti per quanto feroce che "ci possano fare rinunciare all'idea che il nostro futuro è solo un futuro comune". Franceschini ammette le difficoltà che il PD dovrà affrontare nei prossimi mesi: “'Non posso – dice - nascondere la crisi in cui siamo, ma abbiamo costruito non solo un contenitore ma una nuova appartenenza ed è questa che crea dolore, delusioni perché è dettata dal sentimento di essere in una casa nuova, in una casa comune''. Senza padrini, né protettori. "Mi hanno chiesto di fare il segretario, non il reggente, e io so che è un compito terribile perché la situazione richiederebbe una soluzione forte, più autorevole. Io sono consapevole della fragilità del modo in cui avviene l'elezione". Lo dice Dario Franceschini annunciando la sua segreteria come una segreteria di "servizio". "Non li ho chiesti e non ho fatto patti- dice- non avrò népadrini né protettori". Dario Franceschini spiega di aver accettato di candidarsi a segretario del Pd come un mandato di servizio assicurando di non avere mire personali per il futuro, e che quindi a ottobre terminerà il suo lavoro. "Io non l'ho chiesto - ha spiegato - volevo rifiutare. Ma poi sarebbe sembrata una fuga. Interpreto questo ruolo come servizio, sara' come un compito difficilissimo". Spiega che si occuperàdi gestire questa delicata fase "per affrontare le europee e garantire poi lo svolgimento del congresso". Ribadisce "io non l'ho chiesto, non ho fatto patti, non ho padrini, nè protettori. Non sono qui per preparare il mio destino personale - garantisce - il mio lavoro finisce ad ottobre". Franceschini ha annunciato che convocherà al più presto la direzione per stabilire le nuove regole". Se verrà eletto segretario oggi, inoltre, azzererà il governo ombra e il coordinamento nazionale. Lo ha ribadito davanti all'Assemblea Costituente: "Se mi eleggerete ricominceremo da lunedì. Azzererò il coordinamento, il governo ombra, non la direzione che è stata eletta". "Metterò in piedi nuove forme di collegialità con aperture al territorio, ai sindaci, ai segretari regionali". Ma, ha avvertito, "non farò trattative con nessuno, sceglierò io. Sceglierò io e chi batte le mani adesso non venga domani a chiedere di nominare qualcuno. Sentirò gli uomini del partito ma senza coinvolgerle nella gestione del partito". Collocazione europea. "Lavoreremo per costruire un luogo comune di socialisti e non socialisti, non entreremo nel Pse ma non potremo mai stare in un luogo in cui non ci siano i socialisti europei. Non fosse altro perché qui stiamo nello stesso partito". Nel suo intervento Franceschini parla anche del nodo irrisolto della collocazione europea. "Lavoreremo- aggiunge - per costruire in Europa un luogo in cui stiano insieme tutti i riformismi, quelli socialisti e i non socialisti. I tempi in Italia li abbiamo determinati noi. A quelli europei possiamo solo concorrere". Laicità. Parli pure la Chiesa a difesa dei suoi valori, ma "per tutti noi è inviolabile il principio sacro della laicità dello Stato". Dario Franceschini incassa l'applauso dei delegati affrontando di petto i temi bioetici: perchè nel Pd si registrano differenze "ancora così profonde" semplicemente perché sono "temi straordinariamente nuovi. Temi così nuovi- dice il candidato a segretario- su cui siamo impreparati. Ma la coscienza di un laico e un cattolico non si fanno le stesse domande, non provano le stesse paure e le stesse speranze?". Ecco, bisogna "andarsi incontro, in un lavoro comune, dobbiamo dialogare". Franceschini non glissa sul testamento biologico, prende una posizione chiara lanciando una domanda: "E' accettabile pensare di votare una norma come quella imposta dalla destra che impone l'alimentazione artificiale a una persona anche contro la sua volontà?". Certo, conclude, "io rispetterò e difenderò chi nel partito non se la sente di condividere questa scelta, ma "mai dimenticando che per tutti noi è inviolabile il principio sacro della laicità dello Stato". Alleanze. Nessun ritorno al passato per quanto riguarda la questione delle alleanze. Lo sottolinea Dario Franceschini parlando dal palco dell'assemblea nazionale del Partito. ''Vocazione maggioritaria - si chiede Franceschini - o coalizione? Io mi chiedo perche' porre cosi' la questione visto che indietro non torneremo''. Il futuro segretario del Partito cita il fatto che dopo l'approvazione della soglia di sbarramento alle politiche si era parlato di una possibile caduta delle giunte nelle quali il Pd era alleato con la sinistra radicale e osserva ''non mi pare sia caduta nessuna giunta''.''Ma e' chiaro - aggiunge - che dovremo costruire delle alleanze per vincere. Parlare con L'Udc e con i vecchi alleati''. Sindacati. Nel suo intervento Franceschini si rivolge anche ai leader sindacati e ai lavorato. ''Noi siamo dalla parte dei lavoratori e quello che serve è un unico grande sindacato unitario'', afferma. Poi, rivolgendosi direttamente ai leader sindacali chiede di evitare che si ripeta quanto accaduto recentemente con un sindacato che è andato in piazza diviso: ''Evitateci questo dolore''. Lotta all’evasione fiscale. Altro capitolo toccato è quello dell'evasione fiscale: la lotta agli evasori è per Franceschini una priorità, soprattutto in un momento in cui la gente è in difficoltà causa della crisi economica e se ''perderemo voti di qualche evasore - afferma - saremo lieti di perdere i voti di chi tradisce la comunità in cui vive''. Governo. Franceschini riserva un affondo anche a Silvio Berlusconi e al suo governo. "Berlusconi ha in mente una forma moderna di autoritarismo, e ho misurato le parole. Non vuole governare il Paese, vuole diventare padrone d'Italia". Secondo Franceschini, il premier "vive come un ingombro il Parlamento e il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica, arriva al cinismo di attaccare la Costituzione attorno al letto di un ragazza morente, al cinismo di sfruttare la paura per legalizzare le ronde, contro tutti i diritti umani". Per questo, "le nostre divisioni sono più colpevoli perchè in Europa - fa notare - solo nel nostro Paese abbiamo un presidente del Consiglio che offende la Costituzione, disprezza i principi della democrazia. Di fronte a ciò, e i riformisti alzano la voce e mettono in campo tutte le forze per difendere la Costituzione". ''Se mi eleggerete segretario – conclude Franceschini, riscuotendo la standing ovation dell’Assemblea - il mio primo atto domani sarà a Ferrara. E, di fronte al castello Estense dove furono trucidati nel 1943 tredici cittadini innocenti farò quello che un segretario di partito non ha mai fatto, perché: chiederò a mio padre che ha 87 anni ed è un partigiano di portare la Costituzione e le giurerò fedeltà ''.

giovedì 19 febbraio 2009




Per il PD

Ieri, all’indomani della decisione di Veltroni di rimettere il mandato da Segretario del Partito Democratico, mi è sembrato opportuno pubblicare le riflessioni di uomini d’area, opinionisti di quotidiani più vicini all’area Riformista.
Oggi con la stessa correttezza mi è sembrato doveroso pubblicare le parole che al Consiglio Nazionale del Pd, hanno accompagnato Veltroni nel suo ultimo discorso da Segretario

Da www.partitodemocratico.it

“Ho sempre avuto un'idea della politica come missione civile, che sia un mezzo e non un fine. Lascio con assoluta serenità e senza sbattere la porta. Spero che la mia scelta possa tutelare il partito dalla sindrome del logoramento che c'è stata nelle settimane passate”. Sono le ultime parole di Walter Veltroni in una conferenza stampa da segretario del PD. Un incontro convocato per spiegare le ragioni delle sue dimissioni, per confessare di lasciare perché “Non ce l'ho fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano tre milioni di elettori. Ma non chiedete al mio successore risultati subito".
Veltroni esordisce parlando di “rimpianto, per un'idea buona ma partita troppo tardi, perché il Pd doveva nascere già nel 1996", dopo la vittoria elettorale di Prodi. “L'idea dell'Ulivo - spiega Veltroni - era la possibilità di cambiare il Paese, cosa che il governo Prodi, che al suo interno aveva due ministri che sarebbero poi diventati presidenti della Repubblica, aveva iniziato a fare. E se l'esperienza di quel governo fosse andato avanti tutto il corso della storia italiana sarebbe stato diverso”. E oggi che il Partito democratico è nato, aggiunge il leader dimissionario, è la “realizzazione di un sogno perché dal dopoguerra “non c'è mai stato un ciclo veramente riformista”.Anche perché i primi risultati si sono visti in questi 16 mesi, ricordati dallo stesso Veltroni: “La semplificazione della vita politica e sociale del Paese. Un concetto, questo, che non è figlio della volontà di ridurre le differenze, ma è l'idea di una democrazia che decida, per non contrapporre decisione e democrazia”.Poi c'è stata l’ innovazione programmatica, per affrontare le nuove sfide della società, dal Lingotto al programma elettorale, alle proposte del governo ombra. E l'innovazione della forma partito: “Speravo se ne potesse realizzare uno nuovo, aperto, con una partecipazione forte dal basso, non come nella destra dove c'è uno solo che decide. Io a tratti il Partito democratico l'ho visto: alle primarie, in campagna elettorale, tra le migliaia di volontari che ci hanno aiutato, nella grande manifestazione del Circo Massimo, dove c’erano solo le bandiere del PD, nessun simbolo del passato”. Fino alle iniziative a difesa della Costituzione e di confronto con le parti sociali sulla crisi economica.Un partito per cambiare l’Italia.Il Pd non è nato come un “partito-Vinavil, un contenitore per tenere insieme tutto e il contrario di tutto. È un progetto ambizioso e a lungo termine, finalizzato a far diventare il riformismo maggioranza nel paese, un partito inserito nella società, capace di raccoglierne le istanze e gli umori. Capace di voltare pagina e superare questa Italia da Gattopardo”. Tuttavia “io non ci sono riuscito ed è per questo che lascio e chiedo scusa”. Nel Tempio di Adriano, a Piazza Di Pietra scatta l’applauso.“La destra ha vinto – riprende - il successo del Pdl per noi è difficile da capire. Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società, perché ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, anche quando il vento è più basso, ma sapendo che se la vela è posizionata nella giusta direzione, prima o poi arriverà il vento alle spalle che spingerà in avanti. Io non ce l’ho fatta e chiedo scusa. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione che c'era e di non averlo fatto forse per un riflesso interiore che mi ha portato al tentativo di tenerci uniti”.Del resto, “in questo partito c'è bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti maggiormente squadra, che vi sia una partecipazione comune ad un disegno che è compito di chi è chiamato a dirigere assicurare. Per questo, se non ci sono riuscito, la responsabilità è solo mia. Penso che il passaggio che si farà nei prossimi giorni si dovrà accompagnare a energie nuove, dovremmo fare un partito capace di raccogliere sempre di più la sua esperienza, capace di non chiedere più a nessuno da dove vieni, ma solo "dove vai". Per il futuro indica l’alt alla sinistra “salottiera, giustizialista e conservatrice. Serve un centrosinistra che creda nella legalità, che abbia coraggio di cambiare, che riscopra il contatto con la società: fuori dalle stanze e dentro la vita reale delle persone”.“Ma io non sono riuscito a fare tutto ciò ed è per questo che mi faccio da parte. E' una scelta dolorosa ma giusta, anche per mettere al riparo il Pd da ulteriori tensioni e logoramenti. Era chiaro già nei giorni scorsi che si dovesse aprire una pagina nuova. Certo, non chiedete con l'orologio in mano a chi verrà dopo di me di ottenere subito dei risultati perché «un grande progetto richiede anni, come è capitato con Mitterand o Lula”. E anche in Germania o Gran Bretagna il centrosinistra ha perso e nessuno si è dimesso. “Noi invece abbiamo cambiato sei o sette leadership, mentre Berlusconi è sempre lì che vinca o che perda. Quindi - dice il leader del Pd - a chi verrà dopo di me si conceda il tempo di lavorare, quello che io non mi sono conquistato sul campo”. Verrà il tempo di un’altra Italia. “Il Pd dovrà unire il Paese, mentre la destra lo vuole dividere. Unirlo tra forze sociali, tra nord e sud, tra giovani e anziani. Verrà un tempo in cui questo possa accadere. Io spero di avere dato un contributo. Ora lascio ma con assoluta serenità e senza sbattere la porta. Ma al contrario cercherò di dare una mano a questo progetto. Quando camminerò per la mia città - dice infine Veltroni, che ha rivelato di aver già chiesto che gli venga revocata la scorta - avrò la sensazione di aver passato la mia vita a fare cose per gli altri. Sono più portato ad essere uomo delle istituzioni che uomo di partito, del fare più che dei discorsi e delle interviste”. E lascia con un'esortazione finale: “Non bisogna tornare indietro, non venga mai la tentazione di pensare che c’è uno ieri migliore dell’oggi. Oggi ci sono le condizioni perché questo partito possa finalmente realizzare il sogno di una maggioranza riformista in questo Paese, il sogno di una stagione in cui il riformismo si fa maggioranza”.
Walter Veltroni

mercoledì 18 febbraio 2009


Il colpo che mi è sempre piaciuto nella boxe è “l’uno-due”, cioè due colpi assestati a breve distanza di tempo per mettere giù l’avversario. La sconfitta in Sardegna di Soru e di Veltroni, la riunione di vertice che del Pd di ieri mi hanno trasferito l’immagine dell’uno-due, come dicevo.
Le verità forse non le conosceremo mai, ma le facce che si alternavano dagli schermi televisivi ci davano la misura del dramma politico che si stava consumando, i silenzi erano la colonna sonora.
Cosa dire. Finalmente e speriamo che a questo periodo grigio di decisioni ondivaghe, di “si, ma anche” infiniti, di indecisionismo maniacale (vedi la figuraccia di Napoli del 19 gennaio u.s.).
Oggi si apre una nuova fase, che queste dimissioni di Walter Veltroni siano di buon auspicio, come lo furono quando si dimise Segretario del Pds, arrivato ai minimi storici.
Iniziò da quel momento la riscossa del maggiore partito italiano della sinistra guidato da Fassino. Una nuova leadership per una nuova stagione, dimenticando le sciagurate imprese del più democratico , ma anche del più incapace dei politici della sinistra italiana.
Seguono diverse interpretazioni che a mio giudizio sono tutte degne di cronaca, dalla parte di osservari vicini all’area del Pd.




Il Riformista

L'ultimo Walterdi Antonio Polito
Il Partito democratico senza segretario

...


Il voto in Sardegna è stato un voto politico. Non poteva che produrre conseguenze politiche. Ha dunque fatto bene Veltroni, lo sconfitto, a dimettersi. Ha fatto bene a resistere alla solita manfrina del Gran Consiglio che gli diceva: ma no resta, meglio se le europee le perdi tu, non siamo ancora pronti a farti le scarpe. Veltroni non aveva più l'autorità per dirigere il maggior partito di opposizione. Nel lasciare ha mostrato una grandezza che gli era finora mancata nel restare. Perché al suo partito, ormai in caduta libera, uno choc serve più di una rassicurazione.Da oggi sarà dura, sarà il caos, sarà lo sconforto. Ma se c'è una speranza di salvare il salvabile alle europee, sta proprio nel guardare in faccia il disastro e nel voltare pagina. Gli elettori del Pd non perdevano più occasione di punire deliberatamente una leadership in cui non credevano più. Ora almeno sanno che il segnale è arrivato, che nessuno farà più finta di niente. Può uscirne una corsa sotto le bandiere del Pd, per evitarne il collasso e la morte prematura. Oppure può uscirne la liquefazione. Ma adesso è chiara la posta in gioco: non la sopravvivenza di questo o quel dirigente, ma la sopravvivenza del partito.La nettezza della scelta del segretario mette al riparo - almeno dovrebbe, mai dire mai - dal rischio di un ennesimo giro di Walter, magari a furor di popolo dei fax, dalla finzione di una «verifica» e di una conclusione unitaria. Speriamo che la sua dignità metta al riparo anche dalla tentazione dello scaricabarile, del «muoia Sansone con tutti i Filistei», cui già ieri indulgeva l'Unità, dando la colpa della sconfitta elettorale del suo editore a tutti i dirigenti del Pd tranne il candidato sconfitto.Nella debacle in Sardegna, in effetti, non c'è molto di locale, se non proprio l'ostinata arroganza di Renato Soru, convinto di poter trionfare berlusconianamente sulle ceneri dei partiti, fino al punto di imporre le elezioni anticipate contro il suo stesso partito.




Il Corriere della sera

Le IMISSIONI DI VELTRONI E LA CRISI DEL PD
Il peso delle oligarchie
di Angelo Panebianco


E' stata probabilmente saggia la decisione di Walter Veltroni di dimettersi, dopo la sconfitta in Sardegna, dall'incarico di segretario del Partito democratico. I capi-corrente avrebbero certo preferito che egli rimanesse in carica ancora qualche mese (fino al congresso di ottobre) in modo di avere il tempo di preparare la successione. Veltroni li ha presi in contropiede aprendo una crisi al buio. Ciò però appartiene all'ambito delle schermaglie e delle tattiche della politica. Schermaglie e tattiche che non possono nascondere il vero problema che sta dietro, o sotto, le dimissioni di Veltroni: è già fallito il progetto che diede vita al Partito democratico? Può un partito nato da poco e collocato all'opposizione (privo, quindi, di quel grande collante che è dato dall'occupazione del potere) non solo sopravvivere ma anche rafforzarsi in vista delle competizioni elettorali future se non riesce a darsi un'anima che sia riconosciuta come tale dagli elettori?
Il progetto da cui nacque il Partito democratico era, sulla carta almeno, un buon progetto. Si trattava di dar vita a un amalgama (relativamente) nuovo fondendo alcune tradizioni politiche in precedenza importanti ma ormai consumate dalla storia. Una nuova combinazione di vecchi elementi poteva dare luogo, come talvolta accade, a una sintesi originale. Inoltre, quel progetto aveva di valido il fatto di rappresentare una salutare reazione all'eccesso di frammentazione della politica italiana, in particolare nell'area di centrosinistra.
Le premesse erano buone. La realizzazione lo è stata assai meno. Per almeno tre ragioni. In primo luogo, a causa di un vizio d'origine. Le primarie mediante le quali venne investito plebiscitariamente della carica di segretario Walter Veltroni non determinarono un indebolimento del «club oligarchico» (i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita) che aveva tenuto a battesimo il partito. Anzi, le stesse primarie furono controllate e gestite da quel club oligarchico. Veltroni si trovò così ad essere, contemporaneamente, il leader legittimato dal voto del suo popolo e un segretario-ostaggio dei capi-corrente. In larga misura, anche l'impossibilità di fare scelte chiare e nette in materia di organizzazione del partito (come hanno mostrato le inconcludenti dispute sul partito leggero o pesante, e sul partito centralizzato o federato) è figlia delle difficoltà generate da queste due diverse, e contraddittorie, fonti di legittimazione del leader. In secondo luogo, ha giocato il fatto che, quale che fosse il progetto iniziale, il Partito democratico è stato concepito da molti dei suoi leader, semplicemente, come un nuovo contenitore entro cui garantire la perpetuazione della propria sopravvivenza politica. Il corollario era che, se le cose fossero andate male, si sarebbe sempre potuto abbandonare la barca alla ricerca di nuovi contenitori.
I partiti davvero vitali, evidentemente, non sono questo. Sono gruppi associativi nei quali i leader possono essere sostituiti da leaders nuovi ed emergenti senza che questo ne determini la dissoluzione. Il Partito democratico non può avere alcun futuro se i gruppi dirigenti della antica sinistra italiana, provenienti dal Pci e dalla sinistra democristiana, persevereranno nella ormai ventennale, e maniacale, attività di costruire nuove sigle a getto continuo (il Pds, i Ds, i popolari, la Margherita, il Pd) con il solo scopo di perpetuare se stessi. Il gioco non può continuare all'infinito.In terzo luogo, ha pesato il fatto che, a differenza del centro-destra dove la potente leadership di Berlusconi ha ricreato una forma di primato della politica, il Partito democratico ha dato largamente l'impressione di essere un partito debole e, quindi, etero-diretto, sempre all'inseguimento di istanze provenienti dall' esterno: i sindacati su scuola e Università, il partito dei giudici sulla giustizia, gli umori dei giornali-fiancheggiatori su quasi tutto. Ne è discesa una linea politica ondivaga, oscillante, più farina dei sacchi altrui che del proprio. L'acutizzazione della divisione fra laici e cattolici mi sembra più una conseguenza che una causa della debolezza del partito.
Adesso ricostruire sarà difficile e richiederà molti anni. Ma è anche indispensabile. La democrazia necessita di un'opposizione solida e forte, che possa credibilmente aspirare a diventare governo. In Italia, solo il Partito democratico può essere quella opposizione. Devono però darsi due condizioni. Occorre che finisca l'epoca dell'etero-direzione, che si affermi nel partito la piena capacità di elaborare una propria linea politica originale, unita alla volontà di imporla, anche a brutto muso se necessario, alle lobbies che lo circondano. E occorre che il Partito democratico si apra a una vera e libera competizione interna. Affinché le forze nuove, cresciute in questi anni nelle zone periferiche del partito, abbiano, quanto meno, una chance di farsi strada fino al vertice, senza essere preventivamente costrette a inginocchiarsi e a baciare l'anello dell'uno o dell'altro esponente del vecchio club oligarchico.




Repubblica

La responsabilità dei riformisti
di EZIO MAURO


Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L'Italia sta con Berlusconi. E come conseguenza, il Pd va in frantumi. L'uscita di scena di Walter Veltroni mentre tutti i capipartito ieri gli chiedevano di restare è un gesto inusuale in un Paese di finti abbandoni, di dimissioni annunciate, di mandati "messi a disposizione": talmente inusuale che può persino essere seme di una nuova politica, dove finiscono le tutele, gli scambi, le garanzie reciproche di una "classe eterna" che si autoperpetua. Ma quelle dimissioni erano ormai obbligatorie. Il Pd trascinava se stesso nel deserto della sinistra giocando di rimessa in un'agenda politica imposta da Berlusconi, prigioniero di un senso comune altrui che non riusciva a spezzare. Il segretario - il primo segretario di un nuovo partito, dunque in qualche modo il fondatore - ha detto in questi mesi cose anche ragionevoli e giuste. Ma non è mai riuscito a spezzare l'onda alta del pensiero dominante, anche quando le idee della destra arrancavano davanti alla realtà, diventavano inadeguate, non riuscivano a mordere la crisi economica.
Il problema vero è che non c'è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo. Di questa insufficienza, la responsabilità è certo di Veltroni, ma la colpa è dell'intero gruppo dirigente che oggi si trova nudo ed esposto dalle dimissioni del segretario, e palesemente non sa che pesci pigliare. Dev'essere ben chiaro, infatti, che se Veltroni paga, com'è giusto, nessuno tra i molti sedicenti leader del Pd può considerarsi assolto, per due ragioni ben evidenti a tutti gli elettori. La prima, è nel gioco continuo di delegittimazione e di interdizione nei confronti di Veltroni, come se il Pd fosse riuscito nel miracolo di importare al suo interno tutti i veleni intestini e i cannibalismi con cui la destra di Dini e Mastella da un lato e la sinistra di Bertinotti e Pecoraro dall'altro avevano prima logorato e poi ucciso il governo Prodi. Con Berlusconi non solo leader ma egemone di una destra ridotta a pensiero unico, i Democratici hanno parlato sempre con mille voci che volevano via via affermare vecchie autorità declinanti e nuove identità incerte, e finivano soltanto per confondersi, imprigionando il leader e impaurendolo. La sintesi paralizzante di tutto questo è la guerra tra Veltroni e D'Alema, che nel disinteresse totale degli elettori litigano da quattro partiti (pci, pds, ds e pd), mentre nel frattempo il mondo ha fatto un giro, è nato Google, ci sono stati cinque presidenti americani e l'Inter è tornata a vincere lo scudetto. La seconda ragione è nell'incapacità del gruppo dirigente nel suo insieme di produrre una chiara cultura politica di riferimento per gli elettori, la struttura di idee di una moderna forza di progresso, la definizione di che cosa deve essere il riformismo italiano oggi. Il deficit culturale è direttamente un deficit politico. Perché come dimostra il caso Englaro le idee oggi predeterminano le scelte politiche, soprattutto in partiti che sono nati appena ieri, e dunque non hanno un portato storico, una cultura di riferimento elaborata negli anni, una struttura di pensiero a cui potersi appoggiare. Ridotto a prassi, il Pd non poteva che appiccicare le sue figurine casuali nell'album di Berlusconi, dove la prassi sostituisce la politica, l'energia prende il posto della cultura, la figura stessa del leader è il messaggio e persino il suo contesto. Ecco perché il deficit culturale diventa oggi deficit di leadership. Il progetto del Pd è rimasto un grande orizzonte annunciato: il superamento del Novecento, la fine della stagione grigia e troppo lunga del post-comunismo, l'approdo costituente e definitivo della cultura popolare irriducibile al berlusconismo, anche dopo la crisi evidente del cattolicesimo democratico, la speranza di crescita di una sinistra di governo, che coniughi finalmente davanti al Paese la rappresentanza e la responsabilità, la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto e il cambiamento di un Paese immobile, la rottura delle sue incrostazioni e delle troppe rendite di posizione. Per fare questo serviva un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, e tuttavia presente sul territorio, nell'Italia dei comuni, in mezzo ai cittadini. Un partito forte della serenità delle sue scelte. Ci vuol tanto a spiegare che la sinistra è in ritardo nella percezione dell'insicurezza, e tuttavia è una mistificazione sostenere che questa è la prima emergenza del Paese, una mistificazione che mette in gioco la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri? È davvero così difficile sostenere che credenti e non credenti hanno a pari titolo la loro casa nel Pd, ma il partito ha tra le sue regole di fondo la separazione tra Stato e Chiesa, tra la legge del Creatore e la legge delle creature? Soprattutto, è un tabù pronunciare la parola sinistra nel Partito democratico, pur sapendo bene che socio fondatore è la Margherita, con la sua storia? Quando ciò che è al governo è "destra realizzata", anzi destra al cubo, con tre partiti tutti post-costituzionali e l'espulsione dell'anima cattolica dell'Udc, come può ciò che si oppone a tutto questo non definirsi sinistra, naturalmente del nuovo secolo, risolta, europea e riformista? Molte volte il Pd non sa cosa dire perché non sa cos'è. È stato certo una speranza, per i milioni delle primarie, per quel 33,4 per cento che l'ha votato alle politiche, segnando nelle sconfitta con Berlusconi il risultato più alto nella storia del riformismo italiano. Oggi quella speranza è in buona parte delusa e prende la via di una secessione silenziosa, cittadini che si disconnettono dal discorso pubblico, attraversano una linea che li porta in qualche modo nella clandestinità politica, convinti di poter conservare individualmente una loro identità di sinistra fuori dal "campo", pensando così di punire un intero gruppo dirigente che giudicano colpevole di aver risuscitato qualche illusione, e poi di averla tradita. Ma come dimostra il risultato di Soru, il migliore tra i possibili candidati in Sardegna, senza l'acqua della politica non si galleggia. Non è il momento della secessione individuale, della solitudine di sinistra. Berlusconi dopo il trionfo personale in Sardegna può permettersi di aggiornare la sua strategia, rinviando la scalata al Quirinale, che farà, ma più tardi. Oggi può provare a prendere ciò che gli manca dell'Italia. Napoli, la Campania. Poi portare la sfida direttamente nel cuore della sinistra del Novecento, a Bologna. Quindi pensare a Torino, magari a Firenze. Chiudere il cerchio. Per poi finalmente pensare ai giornali. Il Pd in questi mesi si è certamente opposto al governo Berlusconi, e anche a suoi singoli provvedimenti. Ma a me ha dato l'impressione di non avere l'esatta percezione della posta in gioco, che non si contende, oggi, con il normale contrasto parlamentare e televisivo di una destra normale. Qui c'è in campo qualcosa di particolare, l'esperimento di un moderno populismo europeo che coltiva in pubblico la sua anomalia sottraendosi alle leggi, sfidando le istituzioni di controllo, proponendosi come sovraordinato rispetto agli altri poteri dello Stato in nome di un rapporto mistico e sacro con gli elettori. Un'anomalia vittoriosa, che ha saputo conquistarsi il consenso di quasi tutti i media, che ha indotto un riflesso di "sazietà democratica" anche a sinistra ("il conflitto di interessi esiste ma basta, non ne posso più") che ha reso la sinistra e il Pd incapace di pronunciare il suo nome mentre non sa pronunciare il nome del suo leader: e che quindi proprio oggi, per tutte queste ragioni, può chiedere apertamente di essere "costituzionalizzata", proponendo di fatto all'intero sistema politico, istituzionale e costituzionale italiano di farsi berlusconiano. Se questa è la partita - e con ogni evidenza lo è - dovrebbero discendere comportamenti politici e scelte all'altezza della sfida. E persino del pericolo, per una sinistra di governo. Dunque il Pd, se vuole continuare ad esistere - cominciare davvero ad esistere: il partito non ha nemmeno ancora un tesseramento - deve capitalizzare le dimissioni di Veltroni, come la spia di un punto d'allarme a cui è giunto il partito, ma anche come un investimento di generosità. Deve restituire infine un nome alle cose, leggendo Berlusconi per ciò che è, un potere anomalo e vincente, che tuttavia può essere battuto, come ha fatto per due volte Prodi. La situazione è eccezionale, non fosse altro per la crisi gravissima della sinistra davanti al trionfo della destra. Si adottino misure d'eccezione. Capisco che è più comodo prendere tempo, studiarsi, far decantare le cose, misurare i pericoli di scissione, cercare una soluzione di transizione. Ma io penso che serva subito una soluzione forte e vera, la scelta di un leader per oggi e per domani o attraverso un congresso anticipato o attraverso le primarie. È in gioco la stessa idea del Partito democratico. Ci si confronti su programmi alternativi, idee diverse di partito, schemi di alleanza chiari, qualcosa di riconoscibile, che si tocca con mano, in modo che il cittadino si veda restituita una capacità reale di scelta. Quei leader che oggi dovrebbero sentirsi tutti spodestati e dimissionari, per l'incapacità dimostrata di costruire una leadership collettiva, facciano un patto pubblico di responsabilità, pronti ad accettare l'autorità del segretario e l'interesse del partito - per una volta - , invece di minacciare scissioni striscianti, veti feudali. Solo così ritroveranno quel popolo disperso che conserva comunque una certa idea dell'Italia alternativa a quella berlusconiana: e chiede per l'ultima volta di essere rappresentato.



EUROPA

Chi va, che cosa resta
Pochissimi lo sapevano, lui è stato irremovibile. Aria funerea al Nazareno
MARIO LAVIA


Veltroni, game over. Non lo aveva detto a nessuno, o quasi, che il gioco era finito. Giusto con fedelissimi aveva ponunciato il verbo fatidico: «Lascio». A chi gli aveva parlato, nella prima serata di lunedì, mentre si stagliava l’ombra della sconfitta sarda non ancora diventata disfatta, il segretario non era parso particolarmente abbattuto, tanto che aveva in agenda per ieri una riunione sulla Rai di seguito a quella del coordinamento, segno che alle 9 di sera non aveva ancora pensato di fare il gran gesto. Poi però, dinanzi ai risultati definitivi delle regionali sarde, ha rotto gli indugi. Con se stesso, in primo luogo: «Lascio».Walter Veltroni da ieri non è più il segretario del Pd. La sua leadership è durata poco, senz’altro molto meno del previsto: 16 mesi appena. Adesso si mette in moto la macchina (con le complicazioni che diremo) perché la storia continua, e, nel suo piccolo, il Pd non può “dimettersi”: si apre dunque una fase prevedibilmente convulsa, con Dario Franceschini (naturale numero uno nella fase che si apre) che oggi spiegherà cosa succederà. Lo farà nella conferenza stampa nella quale Veltroni dirà le ragioni del suo game over, e parlerà in quel Tempio di Adriano che fu il teatro della sua incoronazione, la sera del 14 ottobre 2007, quando ringraziò i tre milioni che lo avevano votato. Sembra ieri, e un po’ lo è davvero.Al Nazareno ieri l’aria era funerea, e quella intorno all’ex leader caldissima non è. Sì, ci sono stati gli apprezzamenti, l’onore delle armi, anche e forse soprattutto da parte degli avversari. Ma si sono sentite anche le critiche, dure. La mente di molti è corsa alle improvvise dimissioni nella primavera del 2001, con le politiche alle porte, e lui che lascia la poltrona di segretario dei Ds per correre per fare il sindaco di Roma. Per diversi big del Pd, che hanno insistito ieri perché Veltroni ritirasse le dimissioni, «si apre lo scenario peggiore, uno scenario chiuso».Dice Piero Fassino che «ci sono le regole da seguire, le procedure già fissate»: come sempre, dall’ex leader della Quercia viene un appello al senso di responsabilità, un invito a non smarrire la bussola. E anche altri non approvano assolutamente la scelta di Walter. Quelli più navigati vedono le europee ad altissimo rischio, a dire poco. Lui, Veltroni, l’uomo acclamato 16 mesi fa da tre milioni e passa di persone, ha pensato che fosse venuto il momento di gettare la spugna. Game over. Perché? Perché i lividi si errano via via moltiplicati, e non solo quelli dovuti alle sconfitte elettorali (le politiche, Roma, l’Abruzzo, la Sardegna) ma – si dice nella sua cerchia – per il susseguirsi di critiche, attacchi più o meno larvati che gli hanno dato lo stesso senso che dà la goccia che cade sempre nello stesso punto. Ad accelerare il suo logoramento, le ultimissime vicende: la discesa in campo di Bersani, i continui distinguo di D’Alema, perfino la vicenda di Ignazio Marino con la sua proposta di referendum. Poi la botta della Sardegna, con i soliti sospetti su quella parte del partito ostile a Soru: troppo.Alle 11, davanti al coordinamento, ha detto subito che era pronto a rassegnare le dimissioni «per il bene del partito», lo ha fatto con un discorso definito da uno dei presenti «dolce», cioè non astioso, non polemico, il discorso di uno che ha cercato di costruire un progetto originale ma, onestamente, non ce l’ha fatta. Non tutti hanno avuto l’impressione di un gesto, come si dice, irrevocabile, tanto che si è aperta una discussione nella quale sono intervenuti tutti, con partecipazione e tensione consoni al caso.Dei presenti, Franceschini sicuramente era stato avvertito la sera prima.Bettini l’ha saputo di prima mattina, e non è stato d’accordo, «fai le europee e poi si vede». Gli altri sono un po’ caduti dalle nuvole. Sorpresi, sconcertati. Fuori dalla riunione, Rutelli ha saputo la cosa e non è stato d’accordo, secondo lui con la scelta di Veltroni si apre adesso una fase difficilissima. E la frase «non si fa così» l’hanno pensata in tanti.Comunque, «ripensaci», gli hanno detto. Anche Bersani, verso il quale si sono immediatamente e spontaneamente girati tutti. «Va bene, mi prendo un’ora, ci vediamo alle 3», ha detto il quasi-ex segretario. Cosa sia successo in quella fase non è dato sapere, probabilmente Veltroni ha sentito qualche dirigente esterno al coordinamento, ha riparlato con i suoi. Nulla da fare, a poco è servito il secondo round delle 15, «confermo le dimissioni». A quel punto si è cominciato a discutere sul da farsi, sulle procedure da seguire.Un altro segretario, subito, non si può lasciare il partito senza guida, hanno detto alcuni. C’era sul tavolo un’altra opzione, nominare un comitato di garanzia (i “reggenti” si chiamavano nei Ds dopo l’uscita di scena di Veltroni nel 2001) di qui al congresso. Ma sullo scenario che si apre è già partita la gara alle interpretazioni.In realtà, la decisione verrà presa alle 8 di stamane dal coordinamento. L’idea sembra quella di prevedere una riunione dell’assemblea costituente forse già sabato (o sabato l’altro) per affidare l’incarico di reggente a Dario Franceschini: una scelta naturale, trattandosi dell’attuale vicesegretario, un’opzione di buon senso e di responsabilità, ma che rischia di non apparire come la risposta più forte dinanzi alla crisi di leadeship che si è aperta.C’è chi per esempio prevede che un Franceschini- traghettatore, destinato a intestarsi una sconfitta inevitabile e drammatica a giugno, sia una soluzione debole rispetto a chi chiedesse un vero congresso con delle vere primarie da tenersi ad aprile-maggio. Le primarie, già. Ma c’è un rischio – dice un autorevolissimo esponente dem – e cioé «che Repubblica, è stato il giornale delle primarie di Veltroni, monti una campagna per fare le primarie subito: ma noi non saremo pronti». Ci si arriverà con Franceschini in pole position. C’è già la candidatura di Bersani, non si vede perché dovrebbe ritirarla. Arriveranno certamente altri nomi: cosa faranno Enrico Letta, Francesco Rutelli, Anna Finocchiaro? E i “giovani”, da Zingaretti a Cuperlo ad altri ancora? A sera, ieri era comunque in piedi l’ipotesi di nominare un segretario, seppure a termine, fino a ottobre, quando ci sarà il congresso e le primarie. Ieri Tonini ha riproposto l’idea di fare il congresso subito, al posto della conferenza programmatica: i veltroniani, anche fuori dal coordinamento, erano schierati su questa posizione (Melandri, Ceccanti, Morando).Ma neppure Veltroni era convinto.Né Bettini, «non ci sono i tempi».Si vedrà. Oggi ne sapremo di più, per tutta la serata di ieri sono intercorsi contatti fra i leader, si sono anche sentiti alcuni segretari regionali. Queste sono le ore più difficili, di smarrimento e di sorpresa per una scelta – quella di Veltroni – che amareggia tanti, che lascia basiti chi si sente parte di un progetto chiamato Pd.E tormenta lui per primo che pure in qualche modo da ieri si sente come liberato.

L’UNITA’

Veltroni e il Pd, un sogno durato venti mesi


Ha viaggiato per tutte e 110 le province italiane. Ce l'ha messa tutta per portare in ogni luogo il sogno del Pd. Ha parlato all'Italia tutta. Ha ripetuto centinaia di volte le parole in cui credeva: il «cambiamento», la «trasformazione», il «voltare pagina». Insomma, non si può dire che non ci abbia provato. È caduto sotto la scure delle divisioni interne, fiaccato dalle lotte intestine. E sì, che Walter Veltroni di esperienza in politica ne ha da vendere. Cinquantaquattro anni, sposato, due figlie, Veltroni si avvicina alla politica nel 1976, quando a 21 anni, viene eletto consigliere comunale di Roma nelle liste del Pci, mantenendo questa carica fino al 1981. Nel 1987 diviene per la prima volta deputato. Un anno dopo entra nel Comitato centrale del Pci. Cresciuto sotto l'ala di Enrico Berlinguer, nel 1995 dirà di non essere mai stato comunista: «Non ho mai partecipato ad un corso alle Frattocchie, non sono mai stato in una scuola di partito, non sono mai andato all'estero in paesi socialisti». Sostiene la svolta della Bolognina di Achille Occhetto ed è in prima fila nella nascita del Partito democratico della sinistra. Nel 1992 viene scelto come direttore de L'Unità. Due anni dopo la base del partito lo candida a segretario nazionale, ma Veltroni viene sconfitto da Massimo D'Alema per 249 voti a 173.L'occasione importante arriva nel 1996, quando Romano Prodi lo chiama a condividere la leadership de l'Ulivo e, dopo la vittoria della coalizione del centrosinistra, diventa vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni Culturali e ambientali con l'incarico per lo spettacolo e lo sport. Purtroppo, dura poco. Nel 1998 il governo Prodi cade, ma Veltroni continua a dedicarsi al partito e a consolidare l'alleanza tra cattolici e riformisti.Nel 2001 un'altra tappa importante della sua carriera politica: Veltroni viene scelto dal centrosinistra come candidato a sindaco di Roma in risposta alla Casa delle libertà che aveva indicato Antonio Tajani di Forza Italia. Veltroni diventa primo cittadino della Capitale ottenendo il 53% dei consensi. Cinque anni dopo viene riconfermato sindaco della Capitale con il 61,45% dei voti, miglior risultato nella storia delle elezioni comunali di Roma con l'elezione diretta del sindaco, con cui batte il candidato della Cdl Gianni Alemanno.Conclusa l'esperienza in Campidoglio, Veltroni torna al suo vecchio chiodo fisso: «Nel futuro di questo Paese - diceva già nel 1995 - ci sarà il Partito democratico». Per questo quando il Pd è ancora un embrione, nel maggio del 2007, Veltroni entra a far parte del Comitato nazionale per il Pd che conta 45 componenti e riunisce i leader delle diverse anime del partito. Veltroni viene candidato alla guida della nuova formazione politica, sostenuto da larga parte della Quercia e da ampi settori della Margherita, e affiancato, in ticket, da Dario Franceschini, presidente dei deputati dell'Ulivo.Veltroni presenta la sua candidatura alle primarie del partito il 27 giugno in un discorso al Lingotto di Torino, e non esita a definirla «la realizzazione del sogno della mia vita». Il Partito democratico nasce ufficialmente il 14 ottobre dello stesso anno: Veltroni è eletto segretario con il 75% dei voti. Nell'aprile dello scorso anno il primo, impegnativo, banco di prova: le elezioni politiche, che però consegnano la vittoria a Silvio Berlusconi e al Pdl. Ora, sedici mesi dopo, quel sogno si è infranto: «Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto».