CASORIAINRETE



"diffondere la verità è altrettanto importante che scoprirla"


sabato 28 febbraio 2009


La Periferia della periferia

Casoria è una città che vive complessità al di fuori della norma rispetto ad altre realtà nel circondario. Dodici chilometri quadri divisi tra Ottantaduemila abitanti, a parte gli ospiti più o meno graditi.
Città abitata per lo più da gente occupata e che da anni non utilizzano più le risorse territoriali per lavorare. Di insediamenti produttivi ce ne sono davvero pochi rispetto alla popolazione e non sempre si è rispettato la precedenza ai disoccupati locali per le opportunità avute (Megastore Mediaworld – Decatlon – Emmelunga etc.).
I pendolari che partono da Casoria di mattina sono tanti e si affollano alle fermate degli autobus o delle Ferrovie dello Stato. I più fortunati si muovono in tangenziale o sull’asse mediano in giro per la provincia. Territorio diceva di 12,03 Kmq., popolazione di81. 888 abitanti (censimento Ottobre 2001) risultato: densità abitativa 6.806 abitanti per chilometro quadro. Non voglio tediare con dati statistici, ma fatti i conti, tolti gli studenti, i disoccupati, i sottoccupati (contratti di lavoro atipici), i cassintegrati che si avviano ad essere sempre di più, chi manda avanti la barca sono i pochi ancora occupati, i pensionati, di anzianità o per invalidità il resto. Il resto dovrebbe vivere utilizzando le risorse di questi ultimi (commercianti, artigiani, professionisti). Totale, situazione difficile, da periferia di grande città del meridione, ma senza centro, un unico megaparco senza verde e senza possibilità che le aree ancora libere, seppure contaminate (aree dimesse), possano essere in futuro utilizzate, perchè? Intanto a parte il progetto de “La città del libro”, naufragato clamorosamente e scippato da Ponticelli a Casoria, non c’è stata nessuna possibilità di concretizzare idee legate al P.I.P. della ex Resia rimasto progetto scritto nel libro dei sogni, immaginare oggi, con la crisi economica, investimenti produttivi sarebbe da folli. Cosa rimane allora, come si muove l’economia cittadina? Ci si arrangia nei piccoli negozi, i piccoli artigiani tirano avanti, i professionisti, sono una casta a parte, ma in ogni caso colpiti dalla crisi. Chi resta : gli emarginati.
Inutile parlare di walfare o stato sociale, sarebbe troppo lunga la faccenda, limitiamoci ai fatti.
Proprio intorno al mondo più esterno ad una periferia, già periferia della periferia che gli articoli de “Il Mattino”, destano preoccupazioni ed inquietudini. Il “Parco dei pini”, conosciuto con il più semplice “219 di Arpino”, ed altri centri di edilizia popolare post-terremoto, rappresentano centri di reclutamento per delinquenze organizzate e non. Quello che accade in quei mondi è qualcosa che il film “Gomorra” ha descritto, ma viverle sarà un inferno. Si potrebbe scrivere all’infinito sugli effetti negativi di quel maledetto sisma del 1980. Fatto stà che oggi ogni città della provincia e ogni quartiere di Napoli hanno le proprie croci, 219 o Parco Verde, 167 o Bronx di San Giovanni, sono questi i centri nevralgici dove si annida il malessere sociale più evidente, paragonabile solo alle zone di guerra orientali o le periferie sudamericane. Non basterà la deriva totalitarista della destra a cui assistiamo, non basterà la demagogia catto-comunista della sinistra, bisognerà rispolverare lo slogan con il quale “Don Antonio” Sassolino vinse le elezioni a Napoli la prima volta a Sindaco: “Sviluppo e occupazione”.

Il Mattino

27/02/2009

Casoria, espugnato il fortino del clan


MARCO DI CATERINO Casoria. Da quartiere della ricostruzione post terremoto a fortino del clan Licciardi. Un posto diventato negli ultimi mesi così inaccessibile agli «estranei», tanto che sono dovuti intervenire i carabinieri. Un centinaio, in assetto anti sommossa e scortati da alcune unità cinofile. Il blitz al «Parco dei Pini» è scattato all'alba. I carabinieri di Casoria, diretti dal maggiore Paolo Cambieri, hanno circondato il rione 219 di via Pascoli ad Arpino dove i residenti, tra lanci di pietre e vari oggetti che hanno semidistrutto una autoradio dei militari e con tutto il campionario di ingiurie, hanno assistito e a volte impedito l'operazione dei militari. Dopo sei ore di occupazione, una cinquantina di perquisizioni domiciliari, i carabinieri hanno denunciato per ricettazione Antonio Trambarulo, 42 anni, considerato il referente del clan Ricciardi in via Pascoli, trovato in possesso di un centinaio di borse «Carpisa», che facevano parte di un carico di un tir rapinato a Pavia. I militari hanno passato letteralmente al setaccio gli isolati 2 e 3, composti da quasi cento appartamento, quasi tutti occupati sia da pregiudicati affiliati al clan Licciardi che da incensurati, ritenuti dagli stessi carabinieri orbitanti nella stessa cosca. In un ambiente palesemente ostile al controllo, i militari hanno anche verificato quello che c'era in una ventina di garage realizzati abusivamente e molti dei quali persino protetti da spesse blindature. Nel quartiere «underground», i carabinieri hanno recuperato ben dieci auto, risultate rubate in diverse zone dalla Campania e in attesa di essere smontate a pezzi, o sottoposte al cambio di identità con il montaggio di nuovi numeri del telaio. E dipanando un vero ginepraio di prestanomi e falsi o inesistenti intestatari dei garage abusivi, i carabinieri sono riusciti ad identificarne solo due, padre e figlio. E per M.F., 65 anni, e V.F., 36 anni, incensurati del posto è scattata la denuncia per ricettazione. In alcuni cunicoli e nei posti più angusti dei sottoscala degli isolati due e tre, i carabinieri hanno trovato e sequestrato una cinquantina di centraline elettroniche in dotazione ad alcune auto di grossa cilindrata e senza le quali non è possibile attivare il funzionamento del motore e centinaia di pezzi metallici sui quali erano stati stampati numeri di telaio. In un'altra zona dei sotterranei, la task force dei carabinieri ha rinvenuto e sequestrato due moto di grossa cilindrata risultate rubate, della stessa marca e dello stesso colore di quelle utilizzate da una banda di rapinatori che agisce proprio tra Arpino e il tratto da Casavatore a Casoria della circumvallazione esterna, dove quindici giorni fa sono stati uccisi nei pressi del supermercato «Lauro» il boss Rocco Perfetto e il barman incensurato Salvatore Del Prete. I militari hanno anche controllato i pregiudicati ai domiciliari e i sorvegliati speciali.

Tentato colpo in merceria tre giovani in manette

Casoria. Una violenta crisi isterica della vittima, manda a vuoto la rapina, fa scappare i malviventi che nella fretta di allontanarsi cadono dallo scooter che lasciano per strada davanti alla merceria «Mille Articoli» in via Frosinone a Casoria, dove avevano tentato il colpo. Un'ora dopo i carabinieri, diretti dal maresciallo Enrico Giordano, fanno scattare le manette per Giuseppe Riano, 33 anni, Antonio Forte, 22 anni, pregiudicati del rione Salicelle e per il complice minorenne, A.M., 17 anni, dello stesso quartiere. All'arresto è sfuggito un quarto componente della banda, ora ricercato. La rapida conclusione dell'indagine è avvenuta grazie al fatto che i malviventi avevano abbandonato lo scooter. Dal numero di targa, i militari sono risaliti fino all'intestatario, Giuseppe Riano, che nel frattempo aveva denunciato il furto dello scooter e dichiarato agli investigatori di averlo prestato ad alcuni suoi amici. Una versione che non ha convinto i militari, che invece avevano già ammanettato Antonio Forte e il complice minorenne, che avevano ammesso le loro responsabilità. m.d.c.

mercoledì 25 febbraio 2009


FAMILISMO

Ho letto, come tanto cittadini, il manifesto con i quattro simboli del centrosinistra e il cui contenuto è stato sintetizzato da Mimmo Maglione nell’articolo che segue. Cosa dire, è tutto vero, ma andiamo con ordine:

Ø Pietro Iodice Assessore all’Ambiente - nipote di Giovanni Paone - consigliere del Pdl;
Ø Pasquale D’Anna Assessore alle Politiche sociali - cugino di Gennaro Nocere Presidente del consiglio comunale Pdl;
Ø Michele D’Anna – Assessore al Personale – fratello di Srgio D’Anna consigliere Pdl:
Ø Ernesto Valiante – Assessore ai Lavori Pubblici – cognato di Gennaro Nocera Presidente del Consiglio Comunale;

In giunta questi sono i nominativi. Resta sospesa un altro problema che ha dato origine a non pochi problemi per il Sindaco Stefano Ferrara, la nomina di Difensore Civico di Franco Polizio fortemente richiesta dal figlio Fortunato consigliere del Pdl (candidato più votato alle elezioni amministrative).

Per la prima volta dall’insediamento della 142/90 e dell’81/93 (elezione diretta del Sindaco), in applicazione comunque di norme che lo consentono, il Sindaco si è dotato di uno staff e di addetto stampa. Non era mai successo e invece oggi uomini e donne di fiducia del Primo cittadino, collaborano in sostegno al lavoro di organizzazione e comunicazione in sostegno della Giunta. Immagino le denunce di Polizio e Laudiero e gli articoli dei “Censori”, dei vari giornalini locali.

Non trovo nulla di scandaloso che l’opposizione denunci queste cose all’opinione pubblica, ma qualche riflessione è d’obbligo. Come mai questi problemi vengono sollevati oggi con tale foga e non prima, visto che la giunta è nata a giugno del 2008 e contestualmente si è provveduto agli incarichi in staff?

A mio giudizio, da ex, posso dire che più di uno dei rappresentanti del centrodestra a Casoria, attuale e “tradizionale”, da anni non sono esenti da responsabilità “politiche”, anzi, a paragone molti degli attuali o ex consiglieri erano estranei alle “decisioni” locali, da Franco De Luca a Grazioso, da Giosuè de Rosa ad oggi. Mi piacerebbe che qualche “grillo parlante” della stampa locale. Ancora in campo o oramai in “tribuna”, mi smentisse. Ho virgolettato troppo. Penso che chi leggerà questo post e conosce la politica di Casoria degli ultimi venti anni, mi può solo dire “sei stato un signore Gianni”.

Casoria, politica e parenti: è scontro

Manifesto del Pd: «Nello staff nipote del sindaco». Ferrara: «Farneticazioni»

Il Mattino

22/02/2009

DOMENICO MAGLIONE Casoria. «Il sindaco? Un bugiardo. Con il sostegno di due consiglieri eletti nel centrosinistra ha costituito al Comune una perfetta “parentopoli”: in giunta sono presenti fratelli, nipoti, cognati, cugini di consiglieri del centrodestra mentre nello staff figura addirittura una nipote del primo cittadino». È guerra ormai senza esclusioni di colpi tra maggioranza e opposizione. Il centrosinistra ieri ha sferrato, con un manifesto, l'ennesimo attacco alla coalizione guidata dal sindaco Stefano Ferrara. «A proposito delle infiltrazioni camorristiche, che sono rimaste allo stato solo presunte e politiche, ricordiamo al primo cittadino che fra i suoi attuali collaboratori più stretti vi sono persone citate nella relazione ministeriale e nel decreto di scioglimento», è scritto nel manifesto affisso per la città e firmato da socialisti, Idv, Noi d'Arpino, Sinistra arcobaleno e Pd. Ma è proprio quest'ultimo schieramento a mostrare, al di là delle accuse alla maggioranza, che nell'opposizione vi è più di una crepa. «Il manifesto rappresenta un'iniziativa non concordata e non condivisa - dice Antonio Verre, capogruppo dei democratici - Non è questa la strada giusta che il centrosinistra deve seguire per attuare una opposizione democratica, corretta e produttiva per la città». Con Verre sono d'accordo anche l'ex sindaco Salvatore Graziuso e il primo eletto dei democratici, Franco Russo. La linea del manifesto è condivisa invece da Pasquale Fuccio, ex capogruppo Pd. Anche Noi d'Arpino prende le distanze dal documento. «Noi siamo per costruire e non per distruggere: il nostro obiettivo è quello di raggiungere obiettivi importanti per la frazione», dice Camillo Rapullino. «La lacerazione all'interno del centrosinistra è più netta di quanto si possa pensare - dice il sindaco Ferrara - Addirittura tra i firmatari compare anche Sinistra arcobaleno che nemmeno esiste più. Purtroppo, il manifesto è l'iniziativa isolata di chi dimostra di essere in uno stato delirante per una crisi d'astinenza di potere. Le accuse? Solo farneticazioni». Ma il centrosinistra, o forse è più corretto a questo punto affermare socialisti e parte di Pd e Idv, incalza: «Abbia il coraggio il sindaco Ferrara di dire quanto ha speso fino ad oggi per l'acquisto di tante cose inutili. Come sono stati conferiti gli incarichi professionali e quanto si è speso per feste e festicciole, sprecando risorse per contributi inutili e clientelari?». L'opposizione va a raffica: «Il sindaco, “noto urbanista” degli anni Novanta, in realtà non combatte l'abusivismo, non controlla i piani urbanistici e invece ritarda ad arte l'entrata in vigore del piano urbanistico comunale, per continuare a rilasciare concessioni edilizie. Senza dimenticare che è stato approvato in tempi rapidissimi il progetto dell'Ovulo commerciale senza alcun confronto con la pubblica opinione e l'intero consiglio comunale».

sabato 21 febbraio 2009


La tregua
"Essere moderati non significa essere rassegnati". Inizio con questo concetto espresso molti anni fà da quella grande mente che è stata ed è tutt'ora Ciriaco De Mita, per anticipare la mia opinione sull'evento di maggiore rilievo politico del momento, l'Assemblea Nazionale del Parito Democratico. Ho seguito stamani la cronaca diretta dal sito del Pd, da YUODEM.tv, dopo le dimissioni di Walter Veltroni da Segretario politico. Ho ascoltato interventi più o meno piacevoli ma tutti drammaticamente in linea di principio, nei minuti a disposizione degli oratori, con la decisione di eleggere un Segretario in attesa del Congresso di ottobre. Alla fine Dario Franceschini ce l’ha fatta, ma non bastano le belle parole di un discorso che, dalla premessa alla conclusione, ha avuto un solo grande motivo di fondo: “Decidere”. Ad ottobre ci vogliono otto mesi, passeranno nel frattempo, elezioni amministrative ed europee di giugno, referendum per la legge elettorale (ancora Mario Segni), rapporti con la maggioranza di governo, alleati di sinistra, in ordine: radicale, socialista, riformista, democratica. Comunista, alternativa, antagonista etc., etc. Infine lavoro per un’alternativa politica condivisa con l’Udc di Casini. Non è un compito facile, sicuramente più complesso della segreteria Veltroni. L'aria è da tregua, spero che Franceschini abbia la capacità di mantenga i ranghi, eviti innanzitutto gli stessi errori o orrori del suo predecessore, otto mesi non sono tanti, sono a volte un’eternità. Comunque in bocca al lupo segretario, anche se essendo tanti i politici che ispirandosi a questo stupendo animale dovrebbero imporci in certi momenti il classico “Auguri”. Allora auguri Franceschini.
Segue la cronaca del discorso all’assemblea del Pd pubblicata da www.partitodemocratico.it
Un discorso con dei tratti intimi: la riflessione sui titoli dei giornali, i dialoghi con Veltroni. “In questi giorni ho letto di tutto su di me, e i miei amici mi hanno chiesto di fare un discorso che susciti calore ed emozione. Invece serve franchezza, serve guardarci negli occhi per capire i nostri limiti e ribadire l’orgoglio delle cose fatte. Ma dobbiamo rimboccarci le maniche tutti insieme. Spero che Arturo si candidi, perchè serve un confronto vero e autentico". Ed elenca tra le cose da rivendicare: il radicamento con 6.000 circoli, la velocità nel mescolare le provenienze perché “dove si sono fatte le primarie non si è visto lo schema ex DS contro ex Margherita”. E poi la scelta politica di rompere le vecchie alleanze (che attribuirà a Veltroni) e l’orgoglio per “il grande senso di responsabilità che ha non un PD contenitore, ma una cosa nuova. Non abbiate paura, non ci saranno crisi”. L’omaggio a Veltroni. “Walter ci ha detto una cosa generosa e ha fatto una cosa rara quando ha detto “non ce l’ho fatta, me ne vado”. Voglio dirvi cosa gli ho detto in privato: “Non è vero, senza di te non ci sarebbero state né le primarie né il PD, staremmo ancora a parlare di FED, soggetti politici, pasticci, alleanze vecchie tutti contro uno, impossibilitate a governare”. Poi passa a parlare dei limiti: “il più forte è stata la nostra polemica, la qualità del governo era annullata dalle polemiche. Ed in campagna elettorale è sembrato che andassimo a una rottura con l’Ulivo e con Prodi. Non è così, il PD è il figlio dell’Ulivo. Romano Prodi ha pagato ingiustamente per un giudizio che non merita, ha governato in situazioni difficili, facendo cose straordinarie”. Non tornare indietro. "Non abbiate paura", non ci sarà risultato elettorale per quanto negativo o scontro tra dirigenti per quanto feroce che "ci possano fare rinunciare all'idea che il nostro futuro è solo un futuro comune". Franceschini ammette le difficoltà che il PD dovrà affrontare nei prossimi mesi: “'Non posso – dice - nascondere la crisi in cui siamo, ma abbiamo costruito non solo un contenitore ma una nuova appartenenza ed è questa che crea dolore, delusioni perché è dettata dal sentimento di essere in una casa nuova, in una casa comune''. Senza padrini, né protettori. "Mi hanno chiesto di fare il segretario, non il reggente, e io so che è un compito terribile perché la situazione richiederebbe una soluzione forte, più autorevole. Io sono consapevole della fragilità del modo in cui avviene l'elezione". Lo dice Dario Franceschini annunciando la sua segreteria come una segreteria di "servizio". "Non li ho chiesti e non ho fatto patti- dice- non avrò népadrini né protettori". Dario Franceschini spiega di aver accettato di candidarsi a segretario del Pd come un mandato di servizio assicurando di non avere mire personali per il futuro, e che quindi a ottobre terminerà il suo lavoro. "Io non l'ho chiesto - ha spiegato - volevo rifiutare. Ma poi sarebbe sembrata una fuga. Interpreto questo ruolo come servizio, sara' come un compito difficilissimo". Spiega che si occuperàdi gestire questa delicata fase "per affrontare le europee e garantire poi lo svolgimento del congresso". Ribadisce "io non l'ho chiesto, non ho fatto patti, non ho padrini, nè protettori. Non sono qui per preparare il mio destino personale - garantisce - il mio lavoro finisce ad ottobre". Franceschini ha annunciato che convocherà al più presto la direzione per stabilire le nuove regole". Se verrà eletto segretario oggi, inoltre, azzererà il governo ombra e il coordinamento nazionale. Lo ha ribadito davanti all'Assemblea Costituente: "Se mi eleggerete ricominceremo da lunedì. Azzererò il coordinamento, il governo ombra, non la direzione che è stata eletta". "Metterò in piedi nuove forme di collegialità con aperture al territorio, ai sindaci, ai segretari regionali". Ma, ha avvertito, "non farò trattative con nessuno, sceglierò io. Sceglierò io e chi batte le mani adesso non venga domani a chiedere di nominare qualcuno. Sentirò gli uomini del partito ma senza coinvolgerle nella gestione del partito". Collocazione europea. "Lavoreremo per costruire un luogo comune di socialisti e non socialisti, non entreremo nel Pse ma non potremo mai stare in un luogo in cui non ci siano i socialisti europei. Non fosse altro perché qui stiamo nello stesso partito". Nel suo intervento Franceschini parla anche del nodo irrisolto della collocazione europea. "Lavoreremo- aggiunge - per costruire in Europa un luogo in cui stiano insieme tutti i riformismi, quelli socialisti e i non socialisti. I tempi in Italia li abbiamo determinati noi. A quelli europei possiamo solo concorrere". Laicità. Parli pure la Chiesa a difesa dei suoi valori, ma "per tutti noi è inviolabile il principio sacro della laicità dello Stato". Dario Franceschini incassa l'applauso dei delegati affrontando di petto i temi bioetici: perchè nel Pd si registrano differenze "ancora così profonde" semplicemente perché sono "temi straordinariamente nuovi. Temi così nuovi- dice il candidato a segretario- su cui siamo impreparati. Ma la coscienza di un laico e un cattolico non si fanno le stesse domande, non provano le stesse paure e le stesse speranze?". Ecco, bisogna "andarsi incontro, in un lavoro comune, dobbiamo dialogare". Franceschini non glissa sul testamento biologico, prende una posizione chiara lanciando una domanda: "E' accettabile pensare di votare una norma come quella imposta dalla destra che impone l'alimentazione artificiale a una persona anche contro la sua volontà?". Certo, conclude, "io rispetterò e difenderò chi nel partito non se la sente di condividere questa scelta, ma "mai dimenticando che per tutti noi è inviolabile il principio sacro della laicità dello Stato". Alleanze. Nessun ritorno al passato per quanto riguarda la questione delle alleanze. Lo sottolinea Dario Franceschini parlando dal palco dell'assemblea nazionale del Partito. ''Vocazione maggioritaria - si chiede Franceschini - o coalizione? Io mi chiedo perche' porre cosi' la questione visto che indietro non torneremo''. Il futuro segretario del Partito cita il fatto che dopo l'approvazione della soglia di sbarramento alle politiche si era parlato di una possibile caduta delle giunte nelle quali il Pd era alleato con la sinistra radicale e osserva ''non mi pare sia caduta nessuna giunta''.''Ma e' chiaro - aggiunge - che dovremo costruire delle alleanze per vincere. Parlare con L'Udc e con i vecchi alleati''. Sindacati. Nel suo intervento Franceschini si rivolge anche ai leader sindacati e ai lavorato. ''Noi siamo dalla parte dei lavoratori e quello che serve è un unico grande sindacato unitario'', afferma. Poi, rivolgendosi direttamente ai leader sindacali chiede di evitare che si ripeta quanto accaduto recentemente con un sindacato che è andato in piazza diviso: ''Evitateci questo dolore''. Lotta all’evasione fiscale. Altro capitolo toccato è quello dell'evasione fiscale: la lotta agli evasori è per Franceschini una priorità, soprattutto in un momento in cui la gente è in difficoltà causa della crisi economica e se ''perderemo voti di qualche evasore - afferma - saremo lieti di perdere i voti di chi tradisce la comunità in cui vive''. Governo. Franceschini riserva un affondo anche a Silvio Berlusconi e al suo governo. "Berlusconi ha in mente una forma moderna di autoritarismo, e ho misurato le parole. Non vuole governare il Paese, vuole diventare padrone d'Italia". Secondo Franceschini, il premier "vive come un ingombro il Parlamento e il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica, arriva al cinismo di attaccare la Costituzione attorno al letto di un ragazza morente, al cinismo di sfruttare la paura per legalizzare le ronde, contro tutti i diritti umani". Per questo, "le nostre divisioni sono più colpevoli perchè in Europa - fa notare - solo nel nostro Paese abbiamo un presidente del Consiglio che offende la Costituzione, disprezza i principi della democrazia. Di fronte a ciò, e i riformisti alzano la voce e mettono in campo tutte le forze per difendere la Costituzione". ''Se mi eleggerete segretario – conclude Franceschini, riscuotendo la standing ovation dell’Assemblea - il mio primo atto domani sarà a Ferrara. E, di fronte al castello Estense dove furono trucidati nel 1943 tredici cittadini innocenti farò quello che un segretario di partito non ha mai fatto, perché: chiederò a mio padre che ha 87 anni ed è un partigiano di portare la Costituzione e le giurerò fedeltà ''.

giovedì 19 febbraio 2009




Per il PD

Ieri, all’indomani della decisione di Veltroni di rimettere il mandato da Segretario del Partito Democratico, mi è sembrato opportuno pubblicare le riflessioni di uomini d’area, opinionisti di quotidiani più vicini all’area Riformista.
Oggi con la stessa correttezza mi è sembrato doveroso pubblicare le parole che al Consiglio Nazionale del Pd, hanno accompagnato Veltroni nel suo ultimo discorso da Segretario

Da www.partitodemocratico.it

“Ho sempre avuto un'idea della politica come missione civile, che sia un mezzo e non un fine. Lascio con assoluta serenità e senza sbattere la porta. Spero che la mia scelta possa tutelare il partito dalla sindrome del logoramento che c'è stata nelle settimane passate”. Sono le ultime parole di Walter Veltroni in una conferenza stampa da segretario del PD. Un incontro convocato per spiegare le ragioni delle sue dimissioni, per confessare di lasciare perché “Non ce l'ho fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano tre milioni di elettori. Ma non chiedete al mio successore risultati subito".
Veltroni esordisce parlando di “rimpianto, per un'idea buona ma partita troppo tardi, perché il Pd doveva nascere già nel 1996", dopo la vittoria elettorale di Prodi. “L'idea dell'Ulivo - spiega Veltroni - era la possibilità di cambiare il Paese, cosa che il governo Prodi, che al suo interno aveva due ministri che sarebbero poi diventati presidenti della Repubblica, aveva iniziato a fare. E se l'esperienza di quel governo fosse andato avanti tutto il corso della storia italiana sarebbe stato diverso”. E oggi che il Partito democratico è nato, aggiunge il leader dimissionario, è la “realizzazione di un sogno perché dal dopoguerra “non c'è mai stato un ciclo veramente riformista”.Anche perché i primi risultati si sono visti in questi 16 mesi, ricordati dallo stesso Veltroni: “La semplificazione della vita politica e sociale del Paese. Un concetto, questo, che non è figlio della volontà di ridurre le differenze, ma è l'idea di una democrazia che decida, per non contrapporre decisione e democrazia”.Poi c'è stata l’ innovazione programmatica, per affrontare le nuove sfide della società, dal Lingotto al programma elettorale, alle proposte del governo ombra. E l'innovazione della forma partito: “Speravo se ne potesse realizzare uno nuovo, aperto, con una partecipazione forte dal basso, non come nella destra dove c'è uno solo che decide. Io a tratti il Partito democratico l'ho visto: alle primarie, in campagna elettorale, tra le migliaia di volontari che ci hanno aiutato, nella grande manifestazione del Circo Massimo, dove c’erano solo le bandiere del PD, nessun simbolo del passato”. Fino alle iniziative a difesa della Costituzione e di confronto con le parti sociali sulla crisi economica.Un partito per cambiare l’Italia.Il Pd non è nato come un “partito-Vinavil, un contenitore per tenere insieme tutto e il contrario di tutto. È un progetto ambizioso e a lungo termine, finalizzato a far diventare il riformismo maggioranza nel paese, un partito inserito nella società, capace di raccoglierne le istanze e gli umori. Capace di voltare pagina e superare questa Italia da Gattopardo”. Tuttavia “io non ci sono riuscito ed è per questo che lascio e chiedo scusa”. Nel Tempio di Adriano, a Piazza Di Pietra scatta l’applauso.“La destra ha vinto – riprende - il successo del Pdl per noi è difficile da capire. Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società, perché ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, anche quando il vento è più basso, ma sapendo che se la vela è posizionata nella giusta direzione, prima o poi arriverà il vento alle spalle che spingerà in avanti. Io non ce l’ho fatta e chiedo scusa. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione che c'era e di non averlo fatto forse per un riflesso interiore che mi ha portato al tentativo di tenerci uniti”.Del resto, “in questo partito c'è bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti maggiormente squadra, che vi sia una partecipazione comune ad un disegno che è compito di chi è chiamato a dirigere assicurare. Per questo, se non ci sono riuscito, la responsabilità è solo mia. Penso che il passaggio che si farà nei prossimi giorni si dovrà accompagnare a energie nuove, dovremmo fare un partito capace di raccogliere sempre di più la sua esperienza, capace di non chiedere più a nessuno da dove vieni, ma solo "dove vai". Per il futuro indica l’alt alla sinistra “salottiera, giustizialista e conservatrice. Serve un centrosinistra che creda nella legalità, che abbia coraggio di cambiare, che riscopra il contatto con la società: fuori dalle stanze e dentro la vita reale delle persone”.“Ma io non sono riuscito a fare tutto ciò ed è per questo che mi faccio da parte. E' una scelta dolorosa ma giusta, anche per mettere al riparo il Pd da ulteriori tensioni e logoramenti. Era chiaro già nei giorni scorsi che si dovesse aprire una pagina nuova. Certo, non chiedete con l'orologio in mano a chi verrà dopo di me di ottenere subito dei risultati perché «un grande progetto richiede anni, come è capitato con Mitterand o Lula”. E anche in Germania o Gran Bretagna il centrosinistra ha perso e nessuno si è dimesso. “Noi invece abbiamo cambiato sei o sette leadership, mentre Berlusconi è sempre lì che vinca o che perda. Quindi - dice il leader del Pd - a chi verrà dopo di me si conceda il tempo di lavorare, quello che io non mi sono conquistato sul campo”. Verrà il tempo di un’altra Italia. “Il Pd dovrà unire il Paese, mentre la destra lo vuole dividere. Unirlo tra forze sociali, tra nord e sud, tra giovani e anziani. Verrà un tempo in cui questo possa accadere. Io spero di avere dato un contributo. Ora lascio ma con assoluta serenità e senza sbattere la porta. Ma al contrario cercherò di dare una mano a questo progetto. Quando camminerò per la mia città - dice infine Veltroni, che ha rivelato di aver già chiesto che gli venga revocata la scorta - avrò la sensazione di aver passato la mia vita a fare cose per gli altri. Sono più portato ad essere uomo delle istituzioni che uomo di partito, del fare più che dei discorsi e delle interviste”. E lascia con un'esortazione finale: “Non bisogna tornare indietro, non venga mai la tentazione di pensare che c’è uno ieri migliore dell’oggi. Oggi ci sono le condizioni perché questo partito possa finalmente realizzare il sogno di una maggioranza riformista in questo Paese, il sogno di una stagione in cui il riformismo si fa maggioranza”.
Walter Veltroni

mercoledì 18 febbraio 2009


Il colpo che mi è sempre piaciuto nella boxe è “l’uno-due”, cioè due colpi assestati a breve distanza di tempo per mettere giù l’avversario. La sconfitta in Sardegna di Soru e di Veltroni, la riunione di vertice che del Pd di ieri mi hanno trasferito l’immagine dell’uno-due, come dicevo.
Le verità forse non le conosceremo mai, ma le facce che si alternavano dagli schermi televisivi ci davano la misura del dramma politico che si stava consumando, i silenzi erano la colonna sonora.
Cosa dire. Finalmente e speriamo che a questo periodo grigio di decisioni ondivaghe, di “si, ma anche” infiniti, di indecisionismo maniacale (vedi la figuraccia di Napoli del 19 gennaio u.s.).
Oggi si apre una nuova fase, che queste dimissioni di Walter Veltroni siano di buon auspicio, come lo furono quando si dimise Segretario del Pds, arrivato ai minimi storici.
Iniziò da quel momento la riscossa del maggiore partito italiano della sinistra guidato da Fassino. Una nuova leadership per una nuova stagione, dimenticando le sciagurate imprese del più democratico , ma anche del più incapace dei politici della sinistra italiana.
Seguono diverse interpretazioni che a mio giudizio sono tutte degne di cronaca, dalla parte di osservari vicini all’area del Pd.




Il Riformista

L'ultimo Walterdi Antonio Polito
Il Partito democratico senza segretario

...


Il voto in Sardegna è stato un voto politico. Non poteva che produrre conseguenze politiche. Ha dunque fatto bene Veltroni, lo sconfitto, a dimettersi. Ha fatto bene a resistere alla solita manfrina del Gran Consiglio che gli diceva: ma no resta, meglio se le europee le perdi tu, non siamo ancora pronti a farti le scarpe. Veltroni non aveva più l'autorità per dirigere il maggior partito di opposizione. Nel lasciare ha mostrato una grandezza che gli era finora mancata nel restare. Perché al suo partito, ormai in caduta libera, uno choc serve più di una rassicurazione.Da oggi sarà dura, sarà il caos, sarà lo sconforto. Ma se c'è una speranza di salvare il salvabile alle europee, sta proprio nel guardare in faccia il disastro e nel voltare pagina. Gli elettori del Pd non perdevano più occasione di punire deliberatamente una leadership in cui non credevano più. Ora almeno sanno che il segnale è arrivato, che nessuno farà più finta di niente. Può uscirne una corsa sotto le bandiere del Pd, per evitarne il collasso e la morte prematura. Oppure può uscirne la liquefazione. Ma adesso è chiara la posta in gioco: non la sopravvivenza di questo o quel dirigente, ma la sopravvivenza del partito.La nettezza della scelta del segretario mette al riparo - almeno dovrebbe, mai dire mai - dal rischio di un ennesimo giro di Walter, magari a furor di popolo dei fax, dalla finzione di una «verifica» e di una conclusione unitaria. Speriamo che la sua dignità metta al riparo anche dalla tentazione dello scaricabarile, del «muoia Sansone con tutti i Filistei», cui già ieri indulgeva l'Unità, dando la colpa della sconfitta elettorale del suo editore a tutti i dirigenti del Pd tranne il candidato sconfitto.Nella debacle in Sardegna, in effetti, non c'è molto di locale, se non proprio l'ostinata arroganza di Renato Soru, convinto di poter trionfare berlusconianamente sulle ceneri dei partiti, fino al punto di imporre le elezioni anticipate contro il suo stesso partito.




Il Corriere della sera

Le IMISSIONI DI VELTRONI E LA CRISI DEL PD
Il peso delle oligarchie
di Angelo Panebianco


E' stata probabilmente saggia la decisione di Walter Veltroni di dimettersi, dopo la sconfitta in Sardegna, dall'incarico di segretario del Partito democratico. I capi-corrente avrebbero certo preferito che egli rimanesse in carica ancora qualche mese (fino al congresso di ottobre) in modo di avere il tempo di preparare la successione. Veltroni li ha presi in contropiede aprendo una crisi al buio. Ciò però appartiene all'ambito delle schermaglie e delle tattiche della politica. Schermaglie e tattiche che non possono nascondere il vero problema che sta dietro, o sotto, le dimissioni di Veltroni: è già fallito il progetto che diede vita al Partito democratico? Può un partito nato da poco e collocato all'opposizione (privo, quindi, di quel grande collante che è dato dall'occupazione del potere) non solo sopravvivere ma anche rafforzarsi in vista delle competizioni elettorali future se non riesce a darsi un'anima che sia riconosciuta come tale dagli elettori?
Il progetto da cui nacque il Partito democratico era, sulla carta almeno, un buon progetto. Si trattava di dar vita a un amalgama (relativamente) nuovo fondendo alcune tradizioni politiche in precedenza importanti ma ormai consumate dalla storia. Una nuova combinazione di vecchi elementi poteva dare luogo, come talvolta accade, a una sintesi originale. Inoltre, quel progetto aveva di valido il fatto di rappresentare una salutare reazione all'eccesso di frammentazione della politica italiana, in particolare nell'area di centrosinistra.
Le premesse erano buone. La realizzazione lo è stata assai meno. Per almeno tre ragioni. In primo luogo, a causa di un vizio d'origine. Le primarie mediante le quali venne investito plebiscitariamente della carica di segretario Walter Veltroni non determinarono un indebolimento del «club oligarchico» (i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita) che aveva tenuto a battesimo il partito. Anzi, le stesse primarie furono controllate e gestite da quel club oligarchico. Veltroni si trovò così ad essere, contemporaneamente, il leader legittimato dal voto del suo popolo e un segretario-ostaggio dei capi-corrente. In larga misura, anche l'impossibilità di fare scelte chiare e nette in materia di organizzazione del partito (come hanno mostrato le inconcludenti dispute sul partito leggero o pesante, e sul partito centralizzato o federato) è figlia delle difficoltà generate da queste due diverse, e contraddittorie, fonti di legittimazione del leader. In secondo luogo, ha giocato il fatto che, quale che fosse il progetto iniziale, il Partito democratico è stato concepito da molti dei suoi leader, semplicemente, come un nuovo contenitore entro cui garantire la perpetuazione della propria sopravvivenza politica. Il corollario era che, se le cose fossero andate male, si sarebbe sempre potuto abbandonare la barca alla ricerca di nuovi contenitori.
I partiti davvero vitali, evidentemente, non sono questo. Sono gruppi associativi nei quali i leader possono essere sostituiti da leaders nuovi ed emergenti senza che questo ne determini la dissoluzione. Il Partito democratico non può avere alcun futuro se i gruppi dirigenti della antica sinistra italiana, provenienti dal Pci e dalla sinistra democristiana, persevereranno nella ormai ventennale, e maniacale, attività di costruire nuove sigle a getto continuo (il Pds, i Ds, i popolari, la Margherita, il Pd) con il solo scopo di perpetuare se stessi. Il gioco non può continuare all'infinito.In terzo luogo, ha pesato il fatto che, a differenza del centro-destra dove la potente leadership di Berlusconi ha ricreato una forma di primato della politica, il Partito democratico ha dato largamente l'impressione di essere un partito debole e, quindi, etero-diretto, sempre all'inseguimento di istanze provenienti dall' esterno: i sindacati su scuola e Università, il partito dei giudici sulla giustizia, gli umori dei giornali-fiancheggiatori su quasi tutto. Ne è discesa una linea politica ondivaga, oscillante, più farina dei sacchi altrui che del proprio. L'acutizzazione della divisione fra laici e cattolici mi sembra più una conseguenza che una causa della debolezza del partito.
Adesso ricostruire sarà difficile e richiederà molti anni. Ma è anche indispensabile. La democrazia necessita di un'opposizione solida e forte, che possa credibilmente aspirare a diventare governo. In Italia, solo il Partito democratico può essere quella opposizione. Devono però darsi due condizioni. Occorre che finisca l'epoca dell'etero-direzione, che si affermi nel partito la piena capacità di elaborare una propria linea politica originale, unita alla volontà di imporla, anche a brutto muso se necessario, alle lobbies che lo circondano. E occorre che il Partito democratico si apra a una vera e libera competizione interna. Affinché le forze nuove, cresciute in questi anni nelle zone periferiche del partito, abbiano, quanto meno, una chance di farsi strada fino al vertice, senza essere preventivamente costrette a inginocchiarsi e a baciare l'anello dell'uno o dell'altro esponente del vecchio club oligarchico.




Repubblica

La responsabilità dei riformisti
di EZIO MAURO


Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L'Italia sta con Berlusconi. E come conseguenza, il Pd va in frantumi. L'uscita di scena di Walter Veltroni mentre tutti i capipartito ieri gli chiedevano di restare è un gesto inusuale in un Paese di finti abbandoni, di dimissioni annunciate, di mandati "messi a disposizione": talmente inusuale che può persino essere seme di una nuova politica, dove finiscono le tutele, gli scambi, le garanzie reciproche di una "classe eterna" che si autoperpetua. Ma quelle dimissioni erano ormai obbligatorie. Il Pd trascinava se stesso nel deserto della sinistra giocando di rimessa in un'agenda politica imposta da Berlusconi, prigioniero di un senso comune altrui che non riusciva a spezzare. Il segretario - il primo segretario di un nuovo partito, dunque in qualche modo il fondatore - ha detto in questi mesi cose anche ragionevoli e giuste. Ma non è mai riuscito a spezzare l'onda alta del pensiero dominante, anche quando le idee della destra arrancavano davanti alla realtà, diventavano inadeguate, non riuscivano a mordere la crisi economica.
Il problema vero è che non c'è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo. Di questa insufficienza, la responsabilità è certo di Veltroni, ma la colpa è dell'intero gruppo dirigente che oggi si trova nudo ed esposto dalle dimissioni del segretario, e palesemente non sa che pesci pigliare. Dev'essere ben chiaro, infatti, che se Veltroni paga, com'è giusto, nessuno tra i molti sedicenti leader del Pd può considerarsi assolto, per due ragioni ben evidenti a tutti gli elettori. La prima, è nel gioco continuo di delegittimazione e di interdizione nei confronti di Veltroni, come se il Pd fosse riuscito nel miracolo di importare al suo interno tutti i veleni intestini e i cannibalismi con cui la destra di Dini e Mastella da un lato e la sinistra di Bertinotti e Pecoraro dall'altro avevano prima logorato e poi ucciso il governo Prodi. Con Berlusconi non solo leader ma egemone di una destra ridotta a pensiero unico, i Democratici hanno parlato sempre con mille voci che volevano via via affermare vecchie autorità declinanti e nuove identità incerte, e finivano soltanto per confondersi, imprigionando il leader e impaurendolo. La sintesi paralizzante di tutto questo è la guerra tra Veltroni e D'Alema, che nel disinteresse totale degli elettori litigano da quattro partiti (pci, pds, ds e pd), mentre nel frattempo il mondo ha fatto un giro, è nato Google, ci sono stati cinque presidenti americani e l'Inter è tornata a vincere lo scudetto. La seconda ragione è nell'incapacità del gruppo dirigente nel suo insieme di produrre una chiara cultura politica di riferimento per gli elettori, la struttura di idee di una moderna forza di progresso, la definizione di che cosa deve essere il riformismo italiano oggi. Il deficit culturale è direttamente un deficit politico. Perché come dimostra il caso Englaro le idee oggi predeterminano le scelte politiche, soprattutto in partiti che sono nati appena ieri, e dunque non hanno un portato storico, una cultura di riferimento elaborata negli anni, una struttura di pensiero a cui potersi appoggiare. Ridotto a prassi, il Pd non poteva che appiccicare le sue figurine casuali nell'album di Berlusconi, dove la prassi sostituisce la politica, l'energia prende il posto della cultura, la figura stessa del leader è il messaggio e persino il suo contesto. Ecco perché il deficit culturale diventa oggi deficit di leadership. Il progetto del Pd è rimasto un grande orizzonte annunciato: il superamento del Novecento, la fine della stagione grigia e troppo lunga del post-comunismo, l'approdo costituente e definitivo della cultura popolare irriducibile al berlusconismo, anche dopo la crisi evidente del cattolicesimo democratico, la speranza di crescita di una sinistra di governo, che coniughi finalmente davanti al Paese la rappresentanza e la responsabilità, la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto e il cambiamento di un Paese immobile, la rottura delle sue incrostazioni e delle troppe rendite di posizione. Per fare questo serviva un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, e tuttavia presente sul territorio, nell'Italia dei comuni, in mezzo ai cittadini. Un partito forte della serenità delle sue scelte. Ci vuol tanto a spiegare che la sinistra è in ritardo nella percezione dell'insicurezza, e tuttavia è una mistificazione sostenere che questa è la prima emergenza del Paese, una mistificazione che mette in gioco la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri? È davvero così difficile sostenere che credenti e non credenti hanno a pari titolo la loro casa nel Pd, ma il partito ha tra le sue regole di fondo la separazione tra Stato e Chiesa, tra la legge del Creatore e la legge delle creature? Soprattutto, è un tabù pronunciare la parola sinistra nel Partito democratico, pur sapendo bene che socio fondatore è la Margherita, con la sua storia? Quando ciò che è al governo è "destra realizzata", anzi destra al cubo, con tre partiti tutti post-costituzionali e l'espulsione dell'anima cattolica dell'Udc, come può ciò che si oppone a tutto questo non definirsi sinistra, naturalmente del nuovo secolo, risolta, europea e riformista? Molte volte il Pd non sa cosa dire perché non sa cos'è. È stato certo una speranza, per i milioni delle primarie, per quel 33,4 per cento che l'ha votato alle politiche, segnando nelle sconfitta con Berlusconi il risultato più alto nella storia del riformismo italiano. Oggi quella speranza è in buona parte delusa e prende la via di una secessione silenziosa, cittadini che si disconnettono dal discorso pubblico, attraversano una linea che li porta in qualche modo nella clandestinità politica, convinti di poter conservare individualmente una loro identità di sinistra fuori dal "campo", pensando così di punire un intero gruppo dirigente che giudicano colpevole di aver risuscitato qualche illusione, e poi di averla tradita. Ma come dimostra il risultato di Soru, il migliore tra i possibili candidati in Sardegna, senza l'acqua della politica non si galleggia. Non è il momento della secessione individuale, della solitudine di sinistra. Berlusconi dopo il trionfo personale in Sardegna può permettersi di aggiornare la sua strategia, rinviando la scalata al Quirinale, che farà, ma più tardi. Oggi può provare a prendere ciò che gli manca dell'Italia. Napoli, la Campania. Poi portare la sfida direttamente nel cuore della sinistra del Novecento, a Bologna. Quindi pensare a Torino, magari a Firenze. Chiudere il cerchio. Per poi finalmente pensare ai giornali. Il Pd in questi mesi si è certamente opposto al governo Berlusconi, e anche a suoi singoli provvedimenti. Ma a me ha dato l'impressione di non avere l'esatta percezione della posta in gioco, che non si contende, oggi, con il normale contrasto parlamentare e televisivo di una destra normale. Qui c'è in campo qualcosa di particolare, l'esperimento di un moderno populismo europeo che coltiva in pubblico la sua anomalia sottraendosi alle leggi, sfidando le istituzioni di controllo, proponendosi come sovraordinato rispetto agli altri poteri dello Stato in nome di un rapporto mistico e sacro con gli elettori. Un'anomalia vittoriosa, che ha saputo conquistarsi il consenso di quasi tutti i media, che ha indotto un riflesso di "sazietà democratica" anche a sinistra ("il conflitto di interessi esiste ma basta, non ne posso più") che ha reso la sinistra e il Pd incapace di pronunciare il suo nome mentre non sa pronunciare il nome del suo leader: e che quindi proprio oggi, per tutte queste ragioni, può chiedere apertamente di essere "costituzionalizzata", proponendo di fatto all'intero sistema politico, istituzionale e costituzionale italiano di farsi berlusconiano. Se questa è la partita - e con ogni evidenza lo è - dovrebbero discendere comportamenti politici e scelte all'altezza della sfida. E persino del pericolo, per una sinistra di governo. Dunque il Pd, se vuole continuare ad esistere - cominciare davvero ad esistere: il partito non ha nemmeno ancora un tesseramento - deve capitalizzare le dimissioni di Veltroni, come la spia di un punto d'allarme a cui è giunto il partito, ma anche come un investimento di generosità. Deve restituire infine un nome alle cose, leggendo Berlusconi per ciò che è, un potere anomalo e vincente, che tuttavia può essere battuto, come ha fatto per due volte Prodi. La situazione è eccezionale, non fosse altro per la crisi gravissima della sinistra davanti al trionfo della destra. Si adottino misure d'eccezione. Capisco che è più comodo prendere tempo, studiarsi, far decantare le cose, misurare i pericoli di scissione, cercare una soluzione di transizione. Ma io penso che serva subito una soluzione forte e vera, la scelta di un leader per oggi e per domani o attraverso un congresso anticipato o attraverso le primarie. È in gioco la stessa idea del Partito democratico. Ci si confronti su programmi alternativi, idee diverse di partito, schemi di alleanza chiari, qualcosa di riconoscibile, che si tocca con mano, in modo che il cittadino si veda restituita una capacità reale di scelta. Quei leader che oggi dovrebbero sentirsi tutti spodestati e dimissionari, per l'incapacità dimostrata di costruire una leadership collettiva, facciano un patto pubblico di responsabilità, pronti ad accettare l'autorità del segretario e l'interesse del partito - per una volta - , invece di minacciare scissioni striscianti, veti feudali. Solo così ritroveranno quel popolo disperso che conserva comunque una certa idea dell'Italia alternativa a quella berlusconiana: e chiede per l'ultima volta di essere rappresentato.



EUROPA

Chi va, che cosa resta
Pochissimi lo sapevano, lui è stato irremovibile. Aria funerea al Nazareno
MARIO LAVIA


Veltroni, game over. Non lo aveva detto a nessuno, o quasi, che il gioco era finito. Giusto con fedelissimi aveva ponunciato il verbo fatidico: «Lascio». A chi gli aveva parlato, nella prima serata di lunedì, mentre si stagliava l’ombra della sconfitta sarda non ancora diventata disfatta, il segretario non era parso particolarmente abbattuto, tanto che aveva in agenda per ieri una riunione sulla Rai di seguito a quella del coordinamento, segno che alle 9 di sera non aveva ancora pensato di fare il gran gesto. Poi però, dinanzi ai risultati definitivi delle regionali sarde, ha rotto gli indugi. Con se stesso, in primo luogo: «Lascio».Walter Veltroni da ieri non è più il segretario del Pd. La sua leadership è durata poco, senz’altro molto meno del previsto: 16 mesi appena. Adesso si mette in moto la macchina (con le complicazioni che diremo) perché la storia continua, e, nel suo piccolo, il Pd non può “dimettersi”: si apre dunque una fase prevedibilmente convulsa, con Dario Franceschini (naturale numero uno nella fase che si apre) che oggi spiegherà cosa succederà. Lo farà nella conferenza stampa nella quale Veltroni dirà le ragioni del suo game over, e parlerà in quel Tempio di Adriano che fu il teatro della sua incoronazione, la sera del 14 ottobre 2007, quando ringraziò i tre milioni che lo avevano votato. Sembra ieri, e un po’ lo è davvero.Al Nazareno ieri l’aria era funerea, e quella intorno all’ex leader caldissima non è. Sì, ci sono stati gli apprezzamenti, l’onore delle armi, anche e forse soprattutto da parte degli avversari. Ma si sono sentite anche le critiche, dure. La mente di molti è corsa alle improvvise dimissioni nella primavera del 2001, con le politiche alle porte, e lui che lascia la poltrona di segretario dei Ds per correre per fare il sindaco di Roma. Per diversi big del Pd, che hanno insistito ieri perché Veltroni ritirasse le dimissioni, «si apre lo scenario peggiore, uno scenario chiuso».Dice Piero Fassino che «ci sono le regole da seguire, le procedure già fissate»: come sempre, dall’ex leader della Quercia viene un appello al senso di responsabilità, un invito a non smarrire la bussola. E anche altri non approvano assolutamente la scelta di Walter. Quelli più navigati vedono le europee ad altissimo rischio, a dire poco. Lui, Veltroni, l’uomo acclamato 16 mesi fa da tre milioni e passa di persone, ha pensato che fosse venuto il momento di gettare la spugna. Game over. Perché? Perché i lividi si errano via via moltiplicati, e non solo quelli dovuti alle sconfitte elettorali (le politiche, Roma, l’Abruzzo, la Sardegna) ma – si dice nella sua cerchia – per il susseguirsi di critiche, attacchi più o meno larvati che gli hanno dato lo stesso senso che dà la goccia che cade sempre nello stesso punto. Ad accelerare il suo logoramento, le ultimissime vicende: la discesa in campo di Bersani, i continui distinguo di D’Alema, perfino la vicenda di Ignazio Marino con la sua proposta di referendum. Poi la botta della Sardegna, con i soliti sospetti su quella parte del partito ostile a Soru: troppo.Alle 11, davanti al coordinamento, ha detto subito che era pronto a rassegnare le dimissioni «per il bene del partito», lo ha fatto con un discorso definito da uno dei presenti «dolce», cioè non astioso, non polemico, il discorso di uno che ha cercato di costruire un progetto originale ma, onestamente, non ce l’ha fatta. Non tutti hanno avuto l’impressione di un gesto, come si dice, irrevocabile, tanto che si è aperta una discussione nella quale sono intervenuti tutti, con partecipazione e tensione consoni al caso.Dei presenti, Franceschini sicuramente era stato avvertito la sera prima.Bettini l’ha saputo di prima mattina, e non è stato d’accordo, «fai le europee e poi si vede». Gli altri sono un po’ caduti dalle nuvole. Sorpresi, sconcertati. Fuori dalla riunione, Rutelli ha saputo la cosa e non è stato d’accordo, secondo lui con la scelta di Veltroni si apre adesso una fase difficilissima. E la frase «non si fa così» l’hanno pensata in tanti.Comunque, «ripensaci», gli hanno detto. Anche Bersani, verso il quale si sono immediatamente e spontaneamente girati tutti. «Va bene, mi prendo un’ora, ci vediamo alle 3», ha detto il quasi-ex segretario. Cosa sia successo in quella fase non è dato sapere, probabilmente Veltroni ha sentito qualche dirigente esterno al coordinamento, ha riparlato con i suoi. Nulla da fare, a poco è servito il secondo round delle 15, «confermo le dimissioni». A quel punto si è cominciato a discutere sul da farsi, sulle procedure da seguire.Un altro segretario, subito, non si può lasciare il partito senza guida, hanno detto alcuni. C’era sul tavolo un’altra opzione, nominare un comitato di garanzia (i “reggenti” si chiamavano nei Ds dopo l’uscita di scena di Veltroni nel 2001) di qui al congresso. Ma sullo scenario che si apre è già partita la gara alle interpretazioni.In realtà, la decisione verrà presa alle 8 di stamane dal coordinamento. L’idea sembra quella di prevedere una riunione dell’assemblea costituente forse già sabato (o sabato l’altro) per affidare l’incarico di reggente a Dario Franceschini: una scelta naturale, trattandosi dell’attuale vicesegretario, un’opzione di buon senso e di responsabilità, ma che rischia di non apparire come la risposta più forte dinanzi alla crisi di leadeship che si è aperta.C’è chi per esempio prevede che un Franceschini- traghettatore, destinato a intestarsi una sconfitta inevitabile e drammatica a giugno, sia una soluzione debole rispetto a chi chiedesse un vero congresso con delle vere primarie da tenersi ad aprile-maggio. Le primarie, già. Ma c’è un rischio – dice un autorevolissimo esponente dem – e cioé «che Repubblica, è stato il giornale delle primarie di Veltroni, monti una campagna per fare le primarie subito: ma noi non saremo pronti». Ci si arriverà con Franceschini in pole position. C’è già la candidatura di Bersani, non si vede perché dovrebbe ritirarla. Arriveranno certamente altri nomi: cosa faranno Enrico Letta, Francesco Rutelli, Anna Finocchiaro? E i “giovani”, da Zingaretti a Cuperlo ad altri ancora? A sera, ieri era comunque in piedi l’ipotesi di nominare un segretario, seppure a termine, fino a ottobre, quando ci sarà il congresso e le primarie. Ieri Tonini ha riproposto l’idea di fare il congresso subito, al posto della conferenza programmatica: i veltroniani, anche fuori dal coordinamento, erano schierati su questa posizione (Melandri, Ceccanti, Morando).Ma neppure Veltroni era convinto.Né Bettini, «non ci sono i tempi».Si vedrà. Oggi ne sapremo di più, per tutta la serata di ieri sono intercorsi contatti fra i leader, si sono anche sentiti alcuni segretari regionali. Queste sono le ore più difficili, di smarrimento e di sorpresa per una scelta – quella di Veltroni – che amareggia tanti, che lascia basiti chi si sente parte di un progetto chiamato Pd.E tormenta lui per primo che pure in qualche modo da ieri si sente come liberato.

L’UNITA’

Veltroni e il Pd, un sogno durato venti mesi


Ha viaggiato per tutte e 110 le province italiane. Ce l'ha messa tutta per portare in ogni luogo il sogno del Pd. Ha parlato all'Italia tutta. Ha ripetuto centinaia di volte le parole in cui credeva: il «cambiamento», la «trasformazione», il «voltare pagina». Insomma, non si può dire che non ci abbia provato. È caduto sotto la scure delle divisioni interne, fiaccato dalle lotte intestine. E sì, che Walter Veltroni di esperienza in politica ne ha da vendere. Cinquantaquattro anni, sposato, due figlie, Veltroni si avvicina alla politica nel 1976, quando a 21 anni, viene eletto consigliere comunale di Roma nelle liste del Pci, mantenendo questa carica fino al 1981. Nel 1987 diviene per la prima volta deputato. Un anno dopo entra nel Comitato centrale del Pci. Cresciuto sotto l'ala di Enrico Berlinguer, nel 1995 dirà di non essere mai stato comunista: «Non ho mai partecipato ad un corso alle Frattocchie, non sono mai stato in una scuola di partito, non sono mai andato all'estero in paesi socialisti». Sostiene la svolta della Bolognina di Achille Occhetto ed è in prima fila nella nascita del Partito democratico della sinistra. Nel 1992 viene scelto come direttore de L'Unità. Due anni dopo la base del partito lo candida a segretario nazionale, ma Veltroni viene sconfitto da Massimo D'Alema per 249 voti a 173.L'occasione importante arriva nel 1996, quando Romano Prodi lo chiama a condividere la leadership de l'Ulivo e, dopo la vittoria della coalizione del centrosinistra, diventa vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni Culturali e ambientali con l'incarico per lo spettacolo e lo sport. Purtroppo, dura poco. Nel 1998 il governo Prodi cade, ma Veltroni continua a dedicarsi al partito e a consolidare l'alleanza tra cattolici e riformisti.Nel 2001 un'altra tappa importante della sua carriera politica: Veltroni viene scelto dal centrosinistra come candidato a sindaco di Roma in risposta alla Casa delle libertà che aveva indicato Antonio Tajani di Forza Italia. Veltroni diventa primo cittadino della Capitale ottenendo il 53% dei consensi. Cinque anni dopo viene riconfermato sindaco della Capitale con il 61,45% dei voti, miglior risultato nella storia delle elezioni comunali di Roma con l'elezione diretta del sindaco, con cui batte il candidato della Cdl Gianni Alemanno.Conclusa l'esperienza in Campidoglio, Veltroni torna al suo vecchio chiodo fisso: «Nel futuro di questo Paese - diceva già nel 1995 - ci sarà il Partito democratico». Per questo quando il Pd è ancora un embrione, nel maggio del 2007, Veltroni entra a far parte del Comitato nazionale per il Pd che conta 45 componenti e riunisce i leader delle diverse anime del partito. Veltroni viene candidato alla guida della nuova formazione politica, sostenuto da larga parte della Quercia e da ampi settori della Margherita, e affiancato, in ticket, da Dario Franceschini, presidente dei deputati dell'Ulivo.Veltroni presenta la sua candidatura alle primarie del partito il 27 giugno in un discorso al Lingotto di Torino, e non esita a definirla «la realizzazione del sogno della mia vita». Il Partito democratico nasce ufficialmente il 14 ottobre dello stesso anno: Veltroni è eletto segretario con il 75% dei voti. Nell'aprile dello scorso anno il primo, impegnativo, banco di prova: le elezioni politiche, che però consegnano la vittoria a Silvio Berlusconi e al Pdl. Ora, sedici mesi dopo, quel sogno si è infranto: «Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto».



martedì 17 febbraio 2009



Meglio Soru che male accompagnato

Aveva conquistato la presidenza della regione Sardegna con un plebiscito nel 2004. Aveva imposto una patrimoniale ai ricchi, quelli veri, che hanno case (diciamo case) e ville (diciamo ville), nell'isola più famosa del Mediterraneo. Aveva aumentato anche le tasse per il parcheggio di Yacht e Panfili, sempre di quei poveri ricchi che certo non ce la facevano ad arrivare alla quarta settimana al Billionair. Si era dimesso in seguito alla lotta ai palazzinari del centrodestra e del centrosinistra, contro un Piano Urbanistico, che prevedeva una nuova colata di cemento sulle coste più belle d'Europa. Ieri è stato sconfitto, da chi, innanzitutto da se stesso, dalla propria onestà intellettuale, da una folle ed impari battaglia personale contro il più bugiardo ed oggi più bravo politico italiano, Silvio Berlusconi. Il Cavaliere si che ha capito come si vende il prodotto, infatti il neoeletto presidente è figurato poco e niente al punto che ancora oggi molti si chiedono "Ma chi lo conosce". Sui manifesti all'interno del simbolo del Pdl capeggiava "Con Berlusconi Presidente". Come a dire: in ogni comune, in ogni provincia, in ogni regione, avrò un mio clone, un mio replicante, Non voterete nessun'altro che me. Oggi Soru ha perso, ma il vero sconfitto è Veltroni, ancora una volta. Entrambi, Berlusconi e Veltroni, sembrano il rovescio di una sola medaglia. Il primo che prima o poi imploderà in se stesso, il secondo che è oramai sulla via della fine, come dire "Yes we end".

Spero solo che Soru sia l'ultima vittima, designata, di questa scellerata e approssimativa politica veltroniana. Ma conoscendo il personaggio vedrete che chiederà di attendere le Europee, chissà cosa avrà in serbo il leader del Pd per la prossima esaltante sconfitta elettorale. Forse un nuovo slogan, appena Obama l'avrà pronunciato e lui avrà il tempo di tradurlo.

lunedì 16 febbraio 2009


1987 – La fine o l’inizio.

Sono anni che l’argomento "Urbanistica", propone dibattiti, forum, conferenze, discussioni più o meno accese e che non trova mai la sua definizione. 1987 è un punto fondamentale per la storia politica e sociale della città di Casoria. Nel 1987 fu redatto l’ultimo piano regolatore, quello che si contraddistinse per aver definito il "Centro Storico" di Casoria in "Centro Vecchio”, quindi obsoleto, degno di essere abbattuto e ricostruito, senza rispetto per la tradizione, la storia, il futuro stesso della nostra città. Il terremoto del 1980 aveva dato una mano notevole a questa brillante idea. Tanti palazzi della zona di San Mauro, Via Marco Rocco, San Benedetto, Padre Ludovico, Santa Maria erano stati “Toccati”, diciamo così, dall’evento sismico, quindi quale occasione migliore per pianificare interventi su palazzi crollati, pericolanti, con qualche crepa o solo fatiscenti per l’incuria dei proprietari. Era la fine degli anni ottanta, era l’epoca di Polizio, Franco per la precisione, che dagli scranni della Camera dei deputati dettava le regole della politica di Casoria attraverso uomini del proprio partito e di alleati fedeli e proprio in quegli anni l’attuale Sindaco di casoria, l’ingegnere Stefano Ferrara rivestì il ruolo, non certo di secondo piano, di assessore, guarda caso, all’urbanistica. Accadde però l’imprevedibile "La caduta del muro di Berlino", poi "Tangentopoli", infine "L’elezione diretta del Sindaco nel 1993", lo strapotere di Polizio crolla clamorosamente sotto il maglio di questi tre eventi, comincia l'ascesa di Casillo, Tommaso.
Cosa succede all’urbanistica?
Le stesse critiche, I mal di pancia di alleati e non, i crolli, la DIA, i condoni, la superDIA, l’abusivismo continuo e costante, assessori di fama o sconosciuti che si alternano alla guida politica dell'ente in materia, ingegneri, architetti, consulenti d’ogni specie, d’ogni dove, d’ogni colore politico, arrivano a Casoria e cosa accade, niente, resta il 1987 la data dell’ultimo piano regolatore. Intanto cambiano i nomi e le sigl:, Project financing, Piani di Lottizzazione convenzionati, Concessioni per attività produttive, Alberghi, tutti per attività commerciali o uffici, per dirla in breve. La quantità di uffici e di attività avrebbero dovuto cambiare il volto della città, macchè tutti gli uffici diventano civili abitazioni, cittadini di tutti i colori politici, criticano le amministrazioni, ma partecipano allo scempio comprando, non denunciando la modifica di destinazione d’uso degli uffici in appartamenti e così via. Arriviamo così al fatidico 2008, finisce l’era Casillo, grazie alla caduta dell’ultimo Governo Prodi, alla nascita del Partito Democratico e alla scelleratezza di Boselli di non accettare otto deputati e quattro senatori eletti certi nelle liste alle politiche di aprile. Oggi, nel leggere gli articoli, le dichiarazioni, le difese e le offese all’urbanistica del Comune di Casoria, ritorna a galla sempre quella data 1987, ultimo Piano regolatore generale.
Spesso mi sono domandato se quel documento non sia contemporaneamente il più "osteggiato" dall’opposizione e il più “gradito” al governo della città, a ruoli invertiti. E’ pur vero che i motivi dei ritardi sono da ricercare nella tempistica dovuta a norme regionali, ai pareri provinciali, voti in Commissione consiliare e Consiglio comunale, pareri di dirigenti, consulenti, tecnici e quant’altro, questa maledetta burocrazia non ha certo aiutato l’accellerazione del percorso, ma ben ventidue anni mi sembrano davvero tanti perché anche nel più ingenuo dei cittadini non nasca il dubbio o qualche incertezza, sulla reale comodità del P.r.g. del 1987.

Il Mattino
15/02/2009

I NODI DELL’URBANISTICA

Edilizia, allarme speculazione

Casoria, licenze contestate. Laudiero: stop allo scempio delle nuove costruzioni

DOMENICO MAGLIONE Casoria. «Basta con lo scempio di nuove costruzioni: bisogna bloccare il rilascio di altre concessioni edilizie e approvare il piano regolatore per evitare di compromettere ulteriormente gli standard urbanistici». Gennaro Laudiero, esponente di Sinistra critica e presidente della commissione Trasparenza proprio non ci sta alle ultime decisioni dell'ufficio tecnico comunale che, tra autorizzazioni e licenze, ha rilasciato nove nuovi permessi a costruire. «In qualche caso in aree addirittura prive di fogne, prevedendo vasche di accumulo. È tutto illegale: il Puc è in fase d'arrivo e non è giusto procedere al rilascio di licenze, con parametri vecchi e obsoleti, che rischiano solo di aggravare i danni a carico della collettività, già costretta a fare i conti con un territorio quasi completamente cementificato e privo di infrastrutture adeguate: chiederemo l'intervento della magistratura», afferma Laudiero Ma Francesco Saverio Trojano, presidente della commissione urbanistica, difende l'operato dell'ufficio tecnico: «Se la normativa prevede il rilascio delle concessioni non farlo configurerebbe un abuso d'ufficio». Per il Puc, intanto, si aspetta la valutazione delle 250 osservazioni presentate dai cittadini. Un'operazione, puntualmente contestata dall'opposizione, che ha richiesto la nomina di 9 tecnici esterni. «È l'ennesimo spreco di denaro pubblico - dicono gli esponenti di Sinistra critica - Per contratto, l'esame delle osservazioni è un compito che rientra nelle mansioni dei redattori del piano urbanistico». La prima bozza del Puc, che dovrà sostituire ormai il vecchio e non più adeguato piano regolatore che risale al 1987, prevedeva la realizzazione di 4mila nuovi vani, con la costruzione di qualcosa come mille nuovi appartamenti. «Era un progetto che nascondeva ancora una volta manovre speculative da parte di vecchi personaggi della politica locale che da tempo stiamo cercando di mettere in un angolo per rilanciare questa città e programmare un futuro migliore per i suoi abitanti», sottolinea Laudiero. Per rientrare negli standard urbanistici erano stati inseriti, a quanto pare, tra le zone ancora libere anche corti e cortili oltre alle aree dismesse. Un'operazione bloccata, però, sul nascere. «Questa città - dice Vincenzo Ramaglia, consigliere comunale socialista - ha bisogno di infrastrutture e verde attrezzato e soprattutto bisogna puntare con decisione alla salvaguardia del centro storico, patrimonio di cultura e tradizioni locali». Ed è proprio sul centro storico e sulle aree dismesse che si gioca la partita urbanistica più importante a Casoria. «Le mire degli speculatori non passeranno - afferma il sindaco Stefano Ferrara - Il Puc sarà un piano di servizi che promuoverà gli interessi della collettività a discapito di quello dei singoli e rappresenterà una pietra miliare per il rilancio di questa città, non solo in termini urbanistici ma anche di miglioramento e di sviluppo socio-economico».




giovedì 12 febbraio 2009




Piccole bugie e mezze verità

Complimenti a Gennaro Laudiero, presidente della Commissione alla Trasparenza degli atti amministrativi del Comune di Casoria. Finalmente inizia la politica, quella vera, delle responsabilità. Da un post precedente ho sollevato un altro problema, il caso della gara per la manutenzione del patrimonio comunale, vinta dalla "Romeo", si quella stessa società il cui titolare, Alfredo Romeo è ancora nel carcere di Poggioreale per l'affare Global service e tutto quello che ne è conseguito. Dicevo, la Commissione istituisce un bando per l'affidamento del patrimonio comunale, la gara viene espletata, vinta dalla Romeo, che, in un secondo momento rinuncia, subentra una Società milanese, che a sua volta, in sub-appalto concede ad una Società di Afragola a manutenzione. Ma questa società risulta essere in odor di Camorra. Il pallino torna a Milano che ad oggi tace. L'amministrazione attuale, capeggiata dal Sindaco Ferrara, si dichiara estranea ai fatti, con le motivazioni che sono inserite all'interno dell'articolo che segue. Come mai, mi chiedo, l'attuale amministrazione, tanto decantata per coraggio e tempismo, non si è accorta che poteva, recidere il contratto di fitto, per danno economico per l'ente? Perchè, prendendo esempio dal sindaco di Centrodestra a Roma Alemanno non ha tempestivamente attivato, le procedure per il fitto di Via Nazario Sauro e l'affidamento della manutenzione degli immobili comunali? Nove mesi di letargo sono tanti, ci aspettiamo che anche altre forze di opposizione facciano il loro dovere.



Il Mattino




12/02/2009

DOMENICO MAGLIONE Casoria. «Il Comune trasferisce gli uffici in una costruzione abusiva, priva di requisiti e inidonea sia sotto il profilo igienico sanitario che per ospitare un flusso di utenza che è quotidianamente elevato». È l'ultima accusa, ma solo in ordine di tempo, del presidente della commissione trasparenza e legalità, Gennaro Laudiero, consigliere comunale di Sinistra critica, che ha invitato il sindaco Stefano Ferrara a trasmettere alla Procura della Repubblica tutti gli atti del contratto di fitto dei locali, in via Nazario Sauro, che ospitano l'ufficio tributi. Un atto, quest'ultimo, sottoscritto dalla ex commissione straordinaria che ha gestito fino ad alcuni mesi fa la città dopo lo scioglimento del Consiglio comunale per camorra. «Per l'edificio in questione - scrive Laudiero - al momento della stipula del contratto non esisteva alcun permesso urbanistico perché abusivo mentre era in atto un presunto condono edilizio e un ulteriore, successivo, cambio di destinazione d'uso da deposito a ufficio commerciale». Laudiero, che intende andare in fondo alla vicenda e chiede di indagare per individuare eventualmente chi ha omesso i controlli e le verifiche necessarie della documentazione, va oltre. «L'avviso pubblico emesso dall'ente locale mirava al reperimento di locali di circa 500-600 metri quadrati più garage per autovetture di pari estensione. In realtà, non solo la struttura non risponde a quei requisiti ma costa annualmente anche più di 25 mila euro rispetto a quella che già ospitava i servizi tributi in via Principe di Piemonte (palazzo di vetro)». Sulla vicenda, intanto, è intervenuta anche l'Asl che ha anche sequestrato i bagni dell'edificio di via Nazario Sauro riservati al personale dipendente, costringendo i 42 impiegati dell'ufficio ad utilizzare le toilette riservate al pubblico. Infatti, pare che per quei locali manchino del tutto i requisiti di sicurezza: i bagni hanno un'altezza inferiore ai 2,20 metri e sono privi di areazione diretta. E non solo. Esistono problemi anche per le persone diversamente abili, per la presenza di notevoli barriere architettoniche e per l'assenza di rampe per l'accesso di carrozzine. «Tutto ciò sembra assurdo: a questo punto siamo curiosi di conoscere se prima del contratto di locazione ci sia stata una relazione da parte dei tecnici comunali e soprattutto capire come è stato possibile locare, con tanto di contratto sottoscritto dalle parti, un manufatto ancora allo stato grezzo», continua Laudiero che chiede la rescissione immediata del contratto di fitto della struttura di via Nazario Sauro, firmato dai rappresentanti dell'ex commissione straordinaria. L'amministrazione comunale di centrodestra guidata dal sindaco Stefano Ferrara, intanto, si dichiara estranea alla vicenda: «Abbiamo trovato già tutto definito: ci siamo solo attivati per trasferire gli uffici e non pagare il fitto senza usufruire dei locali», dicono alcuni esponenti dell'esecutivo cittadino.

Il sogno

L’articolo di Domenico Maglione, dalle pagine de “Il Mattino” di ieri, mi desta differenti sentimenti. Da un lato vivo sentimenti di entusiasmo perchè vedo in prospettiva un autentico rilancio della nostra decadente città di Casoria, attraverso una serie d’interventi di valorizzazione urbanistica. Dall’altro guardo la tempistica e dico a me stesso. Dopo la seconda conferenza di servizi per l’Ovulo commerciale, la Regione Campania, concede al Comune di Casoria una somma così rilevante per rilanciare, infrastrutturare, ricostruire centro storico, aree dimesse, assi di collegamento. E’ stato tenace l’intervento della Regione Campania nelle due questioni (Ovulo commerciale – Finanziamento 35 milioni di euro), di una sincronia perfetta.
Da qualche tempo leggiamo sulla stampa cittadina dell’esigenza di aprire un nuovo dialogo tra le forze politiche “Per il bene della città”, questa volta battezzato dai vari opinionisti locali, della necessità di dialogo Istituzionale. Sono convinto che questa volta le cose si faranno, che i progetti cantierati saranno realizzati, la città avrà un nuovo rilancio. Una sola obiezione, avranno precedenza in questa rivoluzione, le aree dimesse, il centro storico o gli assi di collegamento e le infrastrutture che renderanno realizzabile il progetto comunemente chiamato da vent’anni a questa parte “Ovulo commerciale”? Chi vivrà vedrà.

Il Mattino

11/02/2009

progetti per 35 milioni la città bonifica il centro storicono


Casoria. Trentacinque milioni per risanare e valorizzare il centro storico. Trentaquattro milioni a carico della Regione, il resto lo investe il Comune. Il presidente della giunta regionale Antonio Bassolino e il sindaco di Casoria Stefano Ferrara hanno firmato ieri il protocollo d'intesa per l'avvio del programma integrato urbano. Gli obiettivi principali del programma, da realizzare anche con il coinvolgimento di capitali privati, sono: il miglioramento delle condizioni sociali ed ambientali della città, con la riqualificazione dei plessi scolastici, dell'area ex Macello e della villa comunale. Ancora, il riuso delle aree industriali dismesse e la loro riqualificazione attraverso l'insediamento di funzioni urbane superiori, servizi e verde pubblico. Tra gli obiettivi si punta a realizzare un nuovo centro di aggregazione sociale nell'area ex Rhodiatoce e a riqualificare le piazze del centro storico. La riqualificazione ambientale di siti inquinati passerà attraverso la riduzione all'origine della quantità di rifiuti, il risparmio energetico da perseguire attraverso la raccolta differenziata e la realizzazione di isole ecologiche per lo smaltimento dei rifiuti ingombranti, la realizzazione di un teatro e l'organizzazione di proposte ed eventi culturali, con il potenziamento del Museo d'arte contemporanea (Cam) di via Luca D'Aosta e della villa comunale. Il programma di investimenti prevede il potenziamento dei trasporti pubblici anche nella prospettiva della realizzazione di una linea metropolitana di collegamento con la stazione Casoria-San Pietro a Patierno e con l'attuale stazione Fs, e gli interventi sulla viabilità ed i parcheggi, con la previsione, tra gli altri, di uno svincolo sul tratto Casoria centro-Arpino, e di un asse viario tra via Brindisi e la SS 87 Sannitica. Il protocollo prevede inoltre risorse premiali aggiuntive per il Comune in caso di raggiungimento di importanti «obiettivi di civiltà» come il 35% della raccolta differenziata, la lotta contro l'abusivismo, l'informatizzazione dei servizi pubblici, l'incremento dei servizi sociali, l'utilizzo di sistemi di trasporto ecologico. «Questo accordo - sottolinea il presidente Bassolino - è un altro importante risultato della scelta che abbiamo compiuto con la nuova programmazione europea: concentrare risorse significative nello sviluppo delle città con oltre 50 mila abitanti. Vogliamo continuare su questa strada perchè siamo convinti che lo sviluppo delle città medie e grandi della Campania rappresenti una importante opportunità per la crescita complessiva della nostra regione», conclude il presidente Bassolino. L'accordo sottoscritto ieri è il sedicesimo. In precedenza, la Regione Campania ha firmato intese con i comuni di Castellammare, Cava dei Tirreni, Caserta, Napoli, Benevento, Salerno, Giugliano, Ercolano, Avellino, Acerra, Portici, Scafati, Battipaglia, Afragola e Torre del Greco.

mercoledì 11 febbraio 2009



Scuola Privata = Squola di Qualità

Da anni si scontrano, sui temi dell’istruzione, le differenti correnti di pensiero italiane. Privato sì privato no, scuola religiosa, scuola laica. Da addetto ai lavori posso con la massima obiettività affermare che la scuola pubblica italiana ha bisogno di riforme serie e strutturali e su alcune proposte del ministro Gelmini non ho nulla da obiettare. Una cosa la posso dire per esperienza personale o per fatti accaduti: le scuole private, quelle a pagamento, sono il paradosso di questa situazione. Dovrebbero rappresentare il migliore livello qualitativo rispetto alla mediocre istruzione pubblica sono invece la corsia preferenziale per gli ex “Somari” della scuola pubblica, per licenziarsi (medie), diplomarsi (superiori) laurearsi (università). Lo dico con tutto il disgusto di ascoltare il titolo di dottore con cui si pavoneggiano sgrammaticati politici e dirigenti italiani. Questo è diventata l'Italia, una nazione dove il titolo che precede il proprio nome conta di più e rappresenta, in molte occasioni, un'autostrada a tre corsie per carriere politiche e burocratiche. Poi ci si lamenta dello scadimento culturale. Ha ragione Paolo Macry che lancia un messaggio dal Corriere del Mezzogiorno di domenica 8 febbraio: “Non nasce la civiltà dall’inciviltà”, ed oggi l’inciviltà governa, detta regole, comanda, è protetta e coccolata, la civiltà assiste immobile. Dove avviene questo scempio? Quale dubbio a Napoli.

SCUOLA & GIOVANI

Viaggio nei "diplomifici" campani. Nel programma "Presadiretta" di RaiTrela vita di chi è disposto a tutto pur di non perdere il posto in graduatoria
E il preside disse al professore"Non disturbi i ragazzi..."
PAOLA COPPOLA
ROMA - Fabbriche di diplomi, dove basta pagare alcune migliaia di euro per ottenere un titolo di studi, i voti sono alti, la presenza in classe può essere sporadica. Può costare fino 4500 euro fare l'esame di Stato in uno dei tanti diplomifici della provincia campana. Circa 70 persone hanno preso la maturità nell'ultimo anno in uno di questi centri, nessuno è stato bocciato, e così è andata negli ultimi sei anni. In un'altra scuola paritaria - che sforna 120 diplomati ogni anno - agli studenti lavoratori è richiesta la presenza una volta al mese. "Gli scritti glieli facciamo noi" garantisce un responsabile. In un altro istituto lo sforzo richiesto per sostenere gli esami è imparare una tesina di una ventina di pagine. Un sistema che non viene alla luce perché non è nell'interesse di nessuno denunciarlo, raccontato da Domenico Iannacone, autore dell'inchiesta sui precari della scuola trasmessa ieri ne la puntata "La scuola tagliata" dal programma "Presadiretta" su RaiTre. Fuori dalle scuole paritarie gli studenti raccontano che i professori non segnano le assenze e "i compiti in classe li facciamo con il libro davanti". Un'università telematica promette a chi paga programmi di studio ridotti a un terzo, esami solo scritti. Una laurea vale 7.900 euro. Le famiglie sborsano i soldi, i ragazzi sono promossi e se non superano l'esame di stato alcune scuole promettono di non far pagare l'ultimo anno per la seconda volta. Qui il reclutamento degli insegnanti avviene in nero e nessuno denuncia perché che il sistema funzioni conviene a tutti. Racconta una professoressa: "Gli studenti devono avere una media alta, chi vuole in classe può spiegare, se non si oppone il dirigente scolastico, perché i ragazzi non devono essere disturbati". E denuncia: "Non sto lavorando, sto barattando punti". E un'altra dice che quanti più ragazzi riescono a far promuovere tanto più aumenta la possibilità che il suo contratto sia rinnovato.
Gli insegnanti che bussano a queste scuole sono i precari che sono rimasti fuori dagli incarichi statali. Entrano in una giungla dove si lavora gratis: la busta paga c'è, ma la retribuzione è pari zero, se va bene hanno contributi e rimborso spese, se va male pagano anche quelli. Per i professori è l'ultima spiaggia per accumulare punti e non perdere il posto in graduatoria. Fabbriche di schiavi, le definisce l'inchiesta che racconta la vita di questi precari disposti a tutto. In attesa di un posto fisso - che nella scuola può arrivare dopo i 40 anni - si adattano anche a questo. "Con i tagli introdotti dalla riforma Gelmini per loro andrà anche peggio: nessuno li ha ascoltati, lamentano sui blog dove cova e si diffonde la rabbia di chi deve affrontare questa condizione", dice Iannacone. "Esiste un sistema di sfruttamento di questi professori senza un contratto a tempo indeterminato", continua. Passa anche dai master che portano punti per le graduatorie, e sono una scelta obbligata che arricchisce gli istituti che li erogano. E finisce con delle giornate paragonabili a un terno al lotto: da Aversa parte un treno chiamato "treno del provveditorato" che arriva a Roma in tempo per entrare in aula. Lo prende chi fa le supplenze nella capitale, e lo prendono anche quelli che aspettano la "chiamata". Loro sono a disposizione dei circoli didattici, contattati solo se c'è necessità. Si fermano alla stazione, e vanno a lavorare solo se il telefonino squilla. (9 febbraio 2009)

lunedì 9 febbraio 2009


PEPPINO ENCLARO


Uu uomo, un padre, oggi 9 febbraio 2009, ha visto il suo diritto di tutore di una volontà realizzato. Non basteranno le lacrime di un popolo intero a riempire il vuoto di questi diciassette lunghi anni. Eluana è morta, da domani tutti si ritornerà alla propria esistenza, per i coniugi Enclaro inizierà un lungo cammino di ricordi e di tristezza, ma anche la pace di una certezza: l'avere realizzato un dovere e non applicato, appoggiato, criticato o interpetrato una sentenza.

domenica 8 febbraio 2009


La sintesi

La domenica mattina è sempre un giorno particolare, strano. Dopo una settimana di lavoro, il momento del riposo e ognuno lo interpreta nel modo più adeguato. Personalmente non riuscendo a modificare il mio orologio biologico, mi alzo sempre e alla stessa ora dei giorni che vanno dal lunedì al sabato, cosa faccio, navigo in intenet, cercando di approfondire le differenti cose che ho visto o letto o che comunque sono accadute ed io non ho avuto modo di conoscere. Ecco che mi è venuta l’idea di creare una rubrica settimanale, la sintesi. Come accade in ogni occasione, per qualsiasi evento alla fine qualcuno ci racconterà una sintesi, in parte soddisfacente, ma comunque noi speriamo sempre attendibile nei fatti, poiché siamo nella terra degli opinionisti non dei giornalisti.
Partiamo stamani dalle nostre cose. Due notizie saltano subito alle cronache per distrarci anche dalle precedenti catastrofi del Pd napoletano, dagli scandali alla disorganizzazione interna, l’investitura da parte di Veltroni di Gino Nicolais a candidato a Presidente per le prossime elezioni provinciali di giugno. Per dovere di cronaca anche Belusconi ha formalizzato la candidatura del parlamentare di Snt’Antimo Gino Cesario. Gino Presidente sicuramente ci sarà o forse le obiezioni di Bobbio (Pdl) e dei Bassoliniani (Pd), porteranno a un dietrofront. Non me lo auguro, ma non mi meraviglierei assolutamente. Allora per battezzare Nicolais in modo tenace a Napoli venerdì è intervenuto a una manifestazione napoletana di “Italiani nel mondo” e “Red”, Massimo D’Alema. In prima fila, Antonio Bassolino e Luigi Nicolais. Vicini ma distanti. Tra i due, neppure un accenno di saluto. Di Nicolais candidato alla Provincia D’Alema dice, arrivando alla Stazione marittima: «Ottima candidatura, di grande prestigio e forza. Ma saranno le forze politiche di centrosinistra e sarà il Pd a valutarla, e a valutare la eventuale necessità di elezioni primarie se ci sono altri candidati». La dichiarazione è sottintesa per i mal di pancia dei partiti in via di estinzione del centrosinistra.
Passiamo al Popolo delle libertà. Ha dato la disponibilità al proprio movimento a correre per la presidenza della Provincia e ha lanciato la proposta di un terzo polo, alternativo a Pd e Pdl, che abbraccia Udc, Destra, Idv e i socialisti. Salvatore Ronghi, portavoce regionale dell’Mpa, potrebbe essere dunque il terzo candidato, dopo Cesaro e Nicolais, in corsa per la poltrona dell’ente di piazza Matteotti. «Cesaro è stato scelto da due, tre persone nel chiuso di una stanza, senza alcun confronto con gli alleati e con il territorio - ha detto Ronghi - Noi, invece, partiamo dal programma politico perché siamo convinti che l’importante non è solo vincere le elezioni, ma vincere per governare. Il nome del candidato viene in un secondo momento e nel pieno confronto tra le forze politiche». L’Mpa per chi non lo conosce è un movimento territoriale per la Sicilia capeggiato dall’attuale Governatore Lombardo, che ha pensato bene di allargare gli orizzonti all’intero Italia meridionale e che sta conseguendo un discreto successo tra gli “Scontenti” di centrodestra e quelli da “Accontentare”. Il terzo polo insieme a Udc, Destra, Idv e i socialisti, ma con La Clausola Ronghi presidente è grande, forse per i diritti d’autore, chi lo sa. Mi sarebbe piaciuto terminare sempre con questa noiosa politica, che a me mi diverte invece tanto, ma il mattino di ieri mi riporta di nuovo alla mia città, Casoria e ai problemi veri, seri, non di poltrona ma oggi, come da qualche tempo di rifugio eterno per il proprio diritto alla sepoltura: “Il cimitero consortile di Casoria-Arzano-Casavatore. La mia passata esperienza nel settore politico, mi porta a essere diffidente quando si creano le emergenze, in genere qualcuno o più di uno ha in mente qualche progetto da realizzare e che non potrebbe essere sostenuto in momenti di normalità. Ma questa è un’altra storia, vedremo. Undici pagine del Corriere della sera d’ipocrisie e di vergogna per la nostra politica e la nostra coscienza sul caso di Eluana Enclaro. Non entro nel merito, da padre mi schiero con il dolore di un uomo che si pone degli interrogativi da diciassette anni. Mi interrogo a tal proposito su di un pensiero:”Se Eluana abitasse a Casoria, la sua volontà sarebbe stata quella di essere sepolta nella sua città, interrata, quante pagine dovremmo dedicare alla sua mancata sepoltura per mancanza di loculi? Sarebbe bastata una pagina, con un solo titolo e poche parole “Zitti, parlate solo alle vostre coscienze se ne avete ancora”.
Il Mattino
6/02/2009

DOMENICO MAGLIONE Casoria. Chi pensa di poter garantire una dignitosa sepoltura ad un proprio congiunto passato a miglior vita sicuramente non deve pensare di ottenerla nel cimitero consortile Casoria-Arzano-Casavatore. Nella struttura sacra comprensoriale ormai è da tempo che non c'è più posto e le salme vengono trasferite per le inumazioni dove c'è spazio, perfino a Castelvolturno, raddoppiando il dolore di familiari e conoscenti. «È una situazione paradossale - afferma il sindaco di Casoria, Stefano Ferrara -. Bisogna uscire fuori da quest’impasse e procedere con gli espropri per l'ampliamento del cimitero». Un'iniziativa, quest'ultima, che spetta al Comune di Arzano sul cui territorio insiste il camposanto. Ma al Palazzo di piazza Raffaele Cimmino sulla situazione-cimitero ci vanno con i piedi di piombo. Anche perché tra le motivazioni che hanno portato allo scioglimento del consiglio comunale per condizionamenti da parte della camorra, proprio la gestione del camposanto ha avuto un peso determinante. «Mi incontrerò quanto prima con i commissari straordinari e con il sindaco di Casavatore: insieme troveremo la soluzione migliore», dice Ferrara. Per l'ampliamento del cimitero fu fatto anche un progetto che prevedeva la realizzazione di cinquemila fosse d'interro e più di 25mila loculi. Ma tutto è finito nel dimenticatoio tra le proteste dei cittadini sempre più alle prese con disagi notevoli. E le difficoltà non sono solo legate ai trasferimenti forzati delle salme ma anche ai problemi igienico-sanitari che di fatto hanno bloccato le esumazioni. Non si sa, infatti, come e soprattutto dove smaltire le bare e gli altri rifiuti speciali. Era stato proposto di realizzare una grossa fossa d'interro, sempre all'interno del cimitero, dove sotterrare le bare vecchie ma i medici dell'azienda sanitaria locale, pure inizialmente, a quanto pare, d'accordo, non avrebbero poi dato il via libera alla soluzione in quanto non conforme alle normative e agli indirizzi suggeriti. E pare che non ci sia altra alternativa possibile: i margini di spazio sono ristretti e la direzione del camposanto non sa quali sbocchi seguire. «L'unica cosa certa è che si sta perdendo tempo importantissimo mentre per centinaia di famiglie il disagio è notevole - affermano alcuni rappresentanti della comunità parrocchiale di S. Agrippino di Arzano -. Siamo in una fase di grande emergenza e c'è chi mira ancora a sottovalutare il problema: ci vuole un progetto immediato, serio e soprattutto condiviso per uscire da questa impasse ed evitare il trasferimento di salme in altre città, lontane anche quaranta chilometri».