CASORIAINRETE



"diffondere la verità è altrettanto importante che scoprirla"


mercoledì 18 febbraio 2009


Il colpo che mi è sempre piaciuto nella boxe è “l’uno-due”, cioè due colpi assestati a breve distanza di tempo per mettere giù l’avversario. La sconfitta in Sardegna di Soru e di Veltroni, la riunione di vertice che del Pd di ieri mi hanno trasferito l’immagine dell’uno-due, come dicevo.
Le verità forse non le conosceremo mai, ma le facce che si alternavano dagli schermi televisivi ci davano la misura del dramma politico che si stava consumando, i silenzi erano la colonna sonora.
Cosa dire. Finalmente e speriamo che a questo periodo grigio di decisioni ondivaghe, di “si, ma anche” infiniti, di indecisionismo maniacale (vedi la figuraccia di Napoli del 19 gennaio u.s.).
Oggi si apre una nuova fase, che queste dimissioni di Walter Veltroni siano di buon auspicio, come lo furono quando si dimise Segretario del Pds, arrivato ai minimi storici.
Iniziò da quel momento la riscossa del maggiore partito italiano della sinistra guidato da Fassino. Una nuova leadership per una nuova stagione, dimenticando le sciagurate imprese del più democratico , ma anche del più incapace dei politici della sinistra italiana.
Seguono diverse interpretazioni che a mio giudizio sono tutte degne di cronaca, dalla parte di osservari vicini all’area del Pd.




Il Riformista

L'ultimo Walterdi Antonio Polito
Il Partito democratico senza segretario

...


Il voto in Sardegna è stato un voto politico. Non poteva che produrre conseguenze politiche. Ha dunque fatto bene Veltroni, lo sconfitto, a dimettersi. Ha fatto bene a resistere alla solita manfrina del Gran Consiglio che gli diceva: ma no resta, meglio se le europee le perdi tu, non siamo ancora pronti a farti le scarpe. Veltroni non aveva più l'autorità per dirigere il maggior partito di opposizione. Nel lasciare ha mostrato una grandezza che gli era finora mancata nel restare. Perché al suo partito, ormai in caduta libera, uno choc serve più di una rassicurazione.Da oggi sarà dura, sarà il caos, sarà lo sconforto. Ma se c'è una speranza di salvare il salvabile alle europee, sta proprio nel guardare in faccia il disastro e nel voltare pagina. Gli elettori del Pd non perdevano più occasione di punire deliberatamente una leadership in cui non credevano più. Ora almeno sanno che il segnale è arrivato, che nessuno farà più finta di niente. Può uscirne una corsa sotto le bandiere del Pd, per evitarne il collasso e la morte prematura. Oppure può uscirne la liquefazione. Ma adesso è chiara la posta in gioco: non la sopravvivenza di questo o quel dirigente, ma la sopravvivenza del partito.La nettezza della scelta del segretario mette al riparo - almeno dovrebbe, mai dire mai - dal rischio di un ennesimo giro di Walter, magari a furor di popolo dei fax, dalla finzione di una «verifica» e di una conclusione unitaria. Speriamo che la sua dignità metta al riparo anche dalla tentazione dello scaricabarile, del «muoia Sansone con tutti i Filistei», cui già ieri indulgeva l'Unità, dando la colpa della sconfitta elettorale del suo editore a tutti i dirigenti del Pd tranne il candidato sconfitto.Nella debacle in Sardegna, in effetti, non c'è molto di locale, se non proprio l'ostinata arroganza di Renato Soru, convinto di poter trionfare berlusconianamente sulle ceneri dei partiti, fino al punto di imporre le elezioni anticipate contro il suo stesso partito.




Il Corriere della sera

Le IMISSIONI DI VELTRONI E LA CRISI DEL PD
Il peso delle oligarchie
di Angelo Panebianco


E' stata probabilmente saggia la decisione di Walter Veltroni di dimettersi, dopo la sconfitta in Sardegna, dall'incarico di segretario del Partito democratico. I capi-corrente avrebbero certo preferito che egli rimanesse in carica ancora qualche mese (fino al congresso di ottobre) in modo di avere il tempo di preparare la successione. Veltroni li ha presi in contropiede aprendo una crisi al buio. Ciò però appartiene all'ambito delle schermaglie e delle tattiche della politica. Schermaglie e tattiche che non possono nascondere il vero problema che sta dietro, o sotto, le dimissioni di Veltroni: è già fallito il progetto che diede vita al Partito democratico? Può un partito nato da poco e collocato all'opposizione (privo, quindi, di quel grande collante che è dato dall'occupazione del potere) non solo sopravvivere ma anche rafforzarsi in vista delle competizioni elettorali future se non riesce a darsi un'anima che sia riconosciuta come tale dagli elettori?
Il progetto da cui nacque il Partito democratico era, sulla carta almeno, un buon progetto. Si trattava di dar vita a un amalgama (relativamente) nuovo fondendo alcune tradizioni politiche in precedenza importanti ma ormai consumate dalla storia. Una nuova combinazione di vecchi elementi poteva dare luogo, come talvolta accade, a una sintesi originale. Inoltre, quel progetto aveva di valido il fatto di rappresentare una salutare reazione all'eccesso di frammentazione della politica italiana, in particolare nell'area di centrosinistra.
Le premesse erano buone. La realizzazione lo è stata assai meno. Per almeno tre ragioni. In primo luogo, a causa di un vizio d'origine. Le primarie mediante le quali venne investito plebiscitariamente della carica di segretario Walter Veltroni non determinarono un indebolimento del «club oligarchico» (i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita) che aveva tenuto a battesimo il partito. Anzi, le stesse primarie furono controllate e gestite da quel club oligarchico. Veltroni si trovò così ad essere, contemporaneamente, il leader legittimato dal voto del suo popolo e un segretario-ostaggio dei capi-corrente. In larga misura, anche l'impossibilità di fare scelte chiare e nette in materia di organizzazione del partito (come hanno mostrato le inconcludenti dispute sul partito leggero o pesante, e sul partito centralizzato o federato) è figlia delle difficoltà generate da queste due diverse, e contraddittorie, fonti di legittimazione del leader. In secondo luogo, ha giocato il fatto che, quale che fosse il progetto iniziale, il Partito democratico è stato concepito da molti dei suoi leader, semplicemente, come un nuovo contenitore entro cui garantire la perpetuazione della propria sopravvivenza politica. Il corollario era che, se le cose fossero andate male, si sarebbe sempre potuto abbandonare la barca alla ricerca di nuovi contenitori.
I partiti davvero vitali, evidentemente, non sono questo. Sono gruppi associativi nei quali i leader possono essere sostituiti da leaders nuovi ed emergenti senza che questo ne determini la dissoluzione. Il Partito democratico non può avere alcun futuro se i gruppi dirigenti della antica sinistra italiana, provenienti dal Pci e dalla sinistra democristiana, persevereranno nella ormai ventennale, e maniacale, attività di costruire nuove sigle a getto continuo (il Pds, i Ds, i popolari, la Margherita, il Pd) con il solo scopo di perpetuare se stessi. Il gioco non può continuare all'infinito.In terzo luogo, ha pesato il fatto che, a differenza del centro-destra dove la potente leadership di Berlusconi ha ricreato una forma di primato della politica, il Partito democratico ha dato largamente l'impressione di essere un partito debole e, quindi, etero-diretto, sempre all'inseguimento di istanze provenienti dall' esterno: i sindacati su scuola e Università, il partito dei giudici sulla giustizia, gli umori dei giornali-fiancheggiatori su quasi tutto. Ne è discesa una linea politica ondivaga, oscillante, più farina dei sacchi altrui che del proprio. L'acutizzazione della divisione fra laici e cattolici mi sembra più una conseguenza che una causa della debolezza del partito.
Adesso ricostruire sarà difficile e richiederà molti anni. Ma è anche indispensabile. La democrazia necessita di un'opposizione solida e forte, che possa credibilmente aspirare a diventare governo. In Italia, solo il Partito democratico può essere quella opposizione. Devono però darsi due condizioni. Occorre che finisca l'epoca dell'etero-direzione, che si affermi nel partito la piena capacità di elaborare una propria linea politica originale, unita alla volontà di imporla, anche a brutto muso se necessario, alle lobbies che lo circondano. E occorre che il Partito democratico si apra a una vera e libera competizione interna. Affinché le forze nuove, cresciute in questi anni nelle zone periferiche del partito, abbiano, quanto meno, una chance di farsi strada fino al vertice, senza essere preventivamente costrette a inginocchiarsi e a baciare l'anello dell'uno o dell'altro esponente del vecchio club oligarchico.




Repubblica

La responsabilità dei riformisti
di EZIO MAURO


Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L'Italia sta con Berlusconi. E come conseguenza, il Pd va in frantumi. L'uscita di scena di Walter Veltroni mentre tutti i capipartito ieri gli chiedevano di restare è un gesto inusuale in un Paese di finti abbandoni, di dimissioni annunciate, di mandati "messi a disposizione": talmente inusuale che può persino essere seme di una nuova politica, dove finiscono le tutele, gli scambi, le garanzie reciproche di una "classe eterna" che si autoperpetua. Ma quelle dimissioni erano ormai obbligatorie. Il Pd trascinava se stesso nel deserto della sinistra giocando di rimessa in un'agenda politica imposta da Berlusconi, prigioniero di un senso comune altrui che non riusciva a spezzare. Il segretario - il primo segretario di un nuovo partito, dunque in qualche modo il fondatore - ha detto in questi mesi cose anche ragionevoli e giuste. Ma non è mai riuscito a spezzare l'onda alta del pensiero dominante, anche quando le idee della destra arrancavano davanti alla realtà, diventavano inadeguate, non riuscivano a mordere la crisi economica.
Il problema vero è che non c'è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all'intero Paese, cambiandolo. Di questa insufficienza, la responsabilità è certo di Veltroni, ma la colpa è dell'intero gruppo dirigente che oggi si trova nudo ed esposto dalle dimissioni del segretario, e palesemente non sa che pesci pigliare. Dev'essere ben chiaro, infatti, che se Veltroni paga, com'è giusto, nessuno tra i molti sedicenti leader del Pd può considerarsi assolto, per due ragioni ben evidenti a tutti gli elettori. La prima, è nel gioco continuo di delegittimazione e di interdizione nei confronti di Veltroni, come se il Pd fosse riuscito nel miracolo di importare al suo interno tutti i veleni intestini e i cannibalismi con cui la destra di Dini e Mastella da un lato e la sinistra di Bertinotti e Pecoraro dall'altro avevano prima logorato e poi ucciso il governo Prodi. Con Berlusconi non solo leader ma egemone di una destra ridotta a pensiero unico, i Democratici hanno parlato sempre con mille voci che volevano via via affermare vecchie autorità declinanti e nuove identità incerte, e finivano soltanto per confondersi, imprigionando il leader e impaurendolo. La sintesi paralizzante di tutto questo è la guerra tra Veltroni e D'Alema, che nel disinteresse totale degli elettori litigano da quattro partiti (pci, pds, ds e pd), mentre nel frattempo il mondo ha fatto un giro, è nato Google, ci sono stati cinque presidenti americani e l'Inter è tornata a vincere lo scudetto. La seconda ragione è nell'incapacità del gruppo dirigente nel suo insieme di produrre una chiara cultura politica di riferimento per gli elettori, la struttura di idee di una moderna forza di progresso, la definizione di che cosa deve essere il riformismo italiano oggi. Il deficit culturale è direttamente un deficit politico. Perché come dimostra il caso Englaro le idee oggi predeterminano le scelte politiche, soprattutto in partiti che sono nati appena ieri, e dunque non hanno un portato storico, una cultura di riferimento elaborata negli anni, una struttura di pensiero a cui potersi appoggiare. Ridotto a prassi, il Pd non poteva che appiccicare le sue figurine casuali nell'album di Berlusconi, dove la prassi sostituisce la politica, l'energia prende il posto della cultura, la figura stessa del leader è il messaggio e persino il suo contesto. Ecco perché il deficit culturale diventa oggi deficit di leadership. Il progetto del Pd è rimasto un grande orizzonte annunciato: il superamento del Novecento, la fine della stagione grigia e troppo lunga del post-comunismo, l'approdo costituente e definitivo della cultura popolare irriducibile al berlusconismo, anche dopo la crisi evidente del cattolicesimo democratico, la speranza di crescita di una sinistra di governo, che coniughi finalmente davanti al Paese la rappresentanza e la responsabilità, la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto e il cambiamento di un Paese immobile, la rottura delle sue incrostazioni e delle troppe rendite di posizione. Per fare questo serviva un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, e tuttavia presente sul territorio, nell'Italia dei comuni, in mezzo ai cittadini. Un partito forte della serenità delle sue scelte. Ci vuol tanto a spiegare che la sinistra è in ritardo nella percezione dell'insicurezza, e tuttavia è una mistificazione sostenere che questa è la prima emergenza del Paese, una mistificazione che mette in gioco la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri? È davvero così difficile sostenere che credenti e non credenti hanno a pari titolo la loro casa nel Pd, ma il partito ha tra le sue regole di fondo la separazione tra Stato e Chiesa, tra la legge del Creatore e la legge delle creature? Soprattutto, è un tabù pronunciare la parola sinistra nel Partito democratico, pur sapendo bene che socio fondatore è la Margherita, con la sua storia? Quando ciò che è al governo è "destra realizzata", anzi destra al cubo, con tre partiti tutti post-costituzionali e l'espulsione dell'anima cattolica dell'Udc, come può ciò che si oppone a tutto questo non definirsi sinistra, naturalmente del nuovo secolo, risolta, europea e riformista? Molte volte il Pd non sa cosa dire perché non sa cos'è. È stato certo una speranza, per i milioni delle primarie, per quel 33,4 per cento che l'ha votato alle politiche, segnando nelle sconfitta con Berlusconi il risultato più alto nella storia del riformismo italiano. Oggi quella speranza è in buona parte delusa e prende la via di una secessione silenziosa, cittadini che si disconnettono dal discorso pubblico, attraversano una linea che li porta in qualche modo nella clandestinità politica, convinti di poter conservare individualmente una loro identità di sinistra fuori dal "campo", pensando così di punire un intero gruppo dirigente che giudicano colpevole di aver risuscitato qualche illusione, e poi di averla tradita. Ma come dimostra il risultato di Soru, il migliore tra i possibili candidati in Sardegna, senza l'acqua della politica non si galleggia. Non è il momento della secessione individuale, della solitudine di sinistra. Berlusconi dopo il trionfo personale in Sardegna può permettersi di aggiornare la sua strategia, rinviando la scalata al Quirinale, che farà, ma più tardi. Oggi può provare a prendere ciò che gli manca dell'Italia. Napoli, la Campania. Poi portare la sfida direttamente nel cuore della sinistra del Novecento, a Bologna. Quindi pensare a Torino, magari a Firenze. Chiudere il cerchio. Per poi finalmente pensare ai giornali. Il Pd in questi mesi si è certamente opposto al governo Berlusconi, e anche a suoi singoli provvedimenti. Ma a me ha dato l'impressione di non avere l'esatta percezione della posta in gioco, che non si contende, oggi, con il normale contrasto parlamentare e televisivo di una destra normale. Qui c'è in campo qualcosa di particolare, l'esperimento di un moderno populismo europeo che coltiva in pubblico la sua anomalia sottraendosi alle leggi, sfidando le istituzioni di controllo, proponendosi come sovraordinato rispetto agli altri poteri dello Stato in nome di un rapporto mistico e sacro con gli elettori. Un'anomalia vittoriosa, che ha saputo conquistarsi il consenso di quasi tutti i media, che ha indotto un riflesso di "sazietà democratica" anche a sinistra ("il conflitto di interessi esiste ma basta, non ne posso più") che ha reso la sinistra e il Pd incapace di pronunciare il suo nome mentre non sa pronunciare il nome del suo leader: e che quindi proprio oggi, per tutte queste ragioni, può chiedere apertamente di essere "costituzionalizzata", proponendo di fatto all'intero sistema politico, istituzionale e costituzionale italiano di farsi berlusconiano. Se questa è la partita - e con ogni evidenza lo è - dovrebbero discendere comportamenti politici e scelte all'altezza della sfida. E persino del pericolo, per una sinistra di governo. Dunque il Pd, se vuole continuare ad esistere - cominciare davvero ad esistere: il partito non ha nemmeno ancora un tesseramento - deve capitalizzare le dimissioni di Veltroni, come la spia di un punto d'allarme a cui è giunto il partito, ma anche come un investimento di generosità. Deve restituire infine un nome alle cose, leggendo Berlusconi per ciò che è, un potere anomalo e vincente, che tuttavia può essere battuto, come ha fatto per due volte Prodi. La situazione è eccezionale, non fosse altro per la crisi gravissima della sinistra davanti al trionfo della destra. Si adottino misure d'eccezione. Capisco che è più comodo prendere tempo, studiarsi, far decantare le cose, misurare i pericoli di scissione, cercare una soluzione di transizione. Ma io penso che serva subito una soluzione forte e vera, la scelta di un leader per oggi e per domani o attraverso un congresso anticipato o attraverso le primarie. È in gioco la stessa idea del Partito democratico. Ci si confronti su programmi alternativi, idee diverse di partito, schemi di alleanza chiari, qualcosa di riconoscibile, che si tocca con mano, in modo che il cittadino si veda restituita una capacità reale di scelta. Quei leader che oggi dovrebbero sentirsi tutti spodestati e dimissionari, per l'incapacità dimostrata di costruire una leadership collettiva, facciano un patto pubblico di responsabilità, pronti ad accettare l'autorità del segretario e l'interesse del partito - per una volta - , invece di minacciare scissioni striscianti, veti feudali. Solo così ritroveranno quel popolo disperso che conserva comunque una certa idea dell'Italia alternativa a quella berlusconiana: e chiede per l'ultima volta di essere rappresentato.



EUROPA

Chi va, che cosa resta
Pochissimi lo sapevano, lui è stato irremovibile. Aria funerea al Nazareno
MARIO LAVIA


Veltroni, game over. Non lo aveva detto a nessuno, o quasi, che il gioco era finito. Giusto con fedelissimi aveva ponunciato il verbo fatidico: «Lascio». A chi gli aveva parlato, nella prima serata di lunedì, mentre si stagliava l’ombra della sconfitta sarda non ancora diventata disfatta, il segretario non era parso particolarmente abbattuto, tanto che aveva in agenda per ieri una riunione sulla Rai di seguito a quella del coordinamento, segno che alle 9 di sera non aveva ancora pensato di fare il gran gesto. Poi però, dinanzi ai risultati definitivi delle regionali sarde, ha rotto gli indugi. Con se stesso, in primo luogo: «Lascio».Walter Veltroni da ieri non è più il segretario del Pd. La sua leadership è durata poco, senz’altro molto meno del previsto: 16 mesi appena. Adesso si mette in moto la macchina (con le complicazioni che diremo) perché la storia continua, e, nel suo piccolo, il Pd non può “dimettersi”: si apre dunque una fase prevedibilmente convulsa, con Dario Franceschini (naturale numero uno nella fase che si apre) che oggi spiegherà cosa succederà. Lo farà nella conferenza stampa nella quale Veltroni dirà le ragioni del suo game over, e parlerà in quel Tempio di Adriano che fu il teatro della sua incoronazione, la sera del 14 ottobre 2007, quando ringraziò i tre milioni che lo avevano votato. Sembra ieri, e un po’ lo è davvero.Al Nazareno ieri l’aria era funerea, e quella intorno all’ex leader caldissima non è. Sì, ci sono stati gli apprezzamenti, l’onore delle armi, anche e forse soprattutto da parte degli avversari. Ma si sono sentite anche le critiche, dure. La mente di molti è corsa alle improvvise dimissioni nella primavera del 2001, con le politiche alle porte, e lui che lascia la poltrona di segretario dei Ds per correre per fare il sindaco di Roma. Per diversi big del Pd, che hanno insistito ieri perché Veltroni ritirasse le dimissioni, «si apre lo scenario peggiore, uno scenario chiuso».Dice Piero Fassino che «ci sono le regole da seguire, le procedure già fissate»: come sempre, dall’ex leader della Quercia viene un appello al senso di responsabilità, un invito a non smarrire la bussola. E anche altri non approvano assolutamente la scelta di Walter. Quelli più navigati vedono le europee ad altissimo rischio, a dire poco. Lui, Veltroni, l’uomo acclamato 16 mesi fa da tre milioni e passa di persone, ha pensato che fosse venuto il momento di gettare la spugna. Game over. Perché? Perché i lividi si errano via via moltiplicati, e non solo quelli dovuti alle sconfitte elettorali (le politiche, Roma, l’Abruzzo, la Sardegna) ma – si dice nella sua cerchia – per il susseguirsi di critiche, attacchi più o meno larvati che gli hanno dato lo stesso senso che dà la goccia che cade sempre nello stesso punto. Ad accelerare il suo logoramento, le ultimissime vicende: la discesa in campo di Bersani, i continui distinguo di D’Alema, perfino la vicenda di Ignazio Marino con la sua proposta di referendum. Poi la botta della Sardegna, con i soliti sospetti su quella parte del partito ostile a Soru: troppo.Alle 11, davanti al coordinamento, ha detto subito che era pronto a rassegnare le dimissioni «per il bene del partito», lo ha fatto con un discorso definito da uno dei presenti «dolce», cioè non astioso, non polemico, il discorso di uno che ha cercato di costruire un progetto originale ma, onestamente, non ce l’ha fatta. Non tutti hanno avuto l’impressione di un gesto, come si dice, irrevocabile, tanto che si è aperta una discussione nella quale sono intervenuti tutti, con partecipazione e tensione consoni al caso.Dei presenti, Franceschini sicuramente era stato avvertito la sera prima.Bettini l’ha saputo di prima mattina, e non è stato d’accordo, «fai le europee e poi si vede». Gli altri sono un po’ caduti dalle nuvole. Sorpresi, sconcertati. Fuori dalla riunione, Rutelli ha saputo la cosa e non è stato d’accordo, secondo lui con la scelta di Veltroni si apre adesso una fase difficilissima. E la frase «non si fa così» l’hanno pensata in tanti.Comunque, «ripensaci», gli hanno detto. Anche Bersani, verso il quale si sono immediatamente e spontaneamente girati tutti. «Va bene, mi prendo un’ora, ci vediamo alle 3», ha detto il quasi-ex segretario. Cosa sia successo in quella fase non è dato sapere, probabilmente Veltroni ha sentito qualche dirigente esterno al coordinamento, ha riparlato con i suoi. Nulla da fare, a poco è servito il secondo round delle 15, «confermo le dimissioni». A quel punto si è cominciato a discutere sul da farsi, sulle procedure da seguire.Un altro segretario, subito, non si può lasciare il partito senza guida, hanno detto alcuni. C’era sul tavolo un’altra opzione, nominare un comitato di garanzia (i “reggenti” si chiamavano nei Ds dopo l’uscita di scena di Veltroni nel 2001) di qui al congresso. Ma sullo scenario che si apre è già partita la gara alle interpretazioni.In realtà, la decisione verrà presa alle 8 di stamane dal coordinamento. L’idea sembra quella di prevedere una riunione dell’assemblea costituente forse già sabato (o sabato l’altro) per affidare l’incarico di reggente a Dario Franceschini: una scelta naturale, trattandosi dell’attuale vicesegretario, un’opzione di buon senso e di responsabilità, ma che rischia di non apparire come la risposta più forte dinanzi alla crisi di leadeship che si è aperta.C’è chi per esempio prevede che un Franceschini- traghettatore, destinato a intestarsi una sconfitta inevitabile e drammatica a giugno, sia una soluzione debole rispetto a chi chiedesse un vero congresso con delle vere primarie da tenersi ad aprile-maggio. Le primarie, già. Ma c’è un rischio – dice un autorevolissimo esponente dem – e cioé «che Repubblica, è stato il giornale delle primarie di Veltroni, monti una campagna per fare le primarie subito: ma noi non saremo pronti». Ci si arriverà con Franceschini in pole position. C’è già la candidatura di Bersani, non si vede perché dovrebbe ritirarla. Arriveranno certamente altri nomi: cosa faranno Enrico Letta, Francesco Rutelli, Anna Finocchiaro? E i “giovani”, da Zingaretti a Cuperlo ad altri ancora? A sera, ieri era comunque in piedi l’ipotesi di nominare un segretario, seppure a termine, fino a ottobre, quando ci sarà il congresso e le primarie. Ieri Tonini ha riproposto l’idea di fare il congresso subito, al posto della conferenza programmatica: i veltroniani, anche fuori dal coordinamento, erano schierati su questa posizione (Melandri, Ceccanti, Morando).Ma neppure Veltroni era convinto.Né Bettini, «non ci sono i tempi».Si vedrà. Oggi ne sapremo di più, per tutta la serata di ieri sono intercorsi contatti fra i leader, si sono anche sentiti alcuni segretari regionali. Queste sono le ore più difficili, di smarrimento e di sorpresa per una scelta – quella di Veltroni – che amareggia tanti, che lascia basiti chi si sente parte di un progetto chiamato Pd.E tormenta lui per primo che pure in qualche modo da ieri si sente come liberato.

L’UNITA’

Veltroni e il Pd, un sogno durato venti mesi


Ha viaggiato per tutte e 110 le province italiane. Ce l'ha messa tutta per portare in ogni luogo il sogno del Pd. Ha parlato all'Italia tutta. Ha ripetuto centinaia di volte le parole in cui credeva: il «cambiamento», la «trasformazione», il «voltare pagina». Insomma, non si può dire che non ci abbia provato. È caduto sotto la scure delle divisioni interne, fiaccato dalle lotte intestine. E sì, che Walter Veltroni di esperienza in politica ne ha da vendere. Cinquantaquattro anni, sposato, due figlie, Veltroni si avvicina alla politica nel 1976, quando a 21 anni, viene eletto consigliere comunale di Roma nelle liste del Pci, mantenendo questa carica fino al 1981. Nel 1987 diviene per la prima volta deputato. Un anno dopo entra nel Comitato centrale del Pci. Cresciuto sotto l'ala di Enrico Berlinguer, nel 1995 dirà di non essere mai stato comunista: «Non ho mai partecipato ad un corso alle Frattocchie, non sono mai stato in una scuola di partito, non sono mai andato all'estero in paesi socialisti». Sostiene la svolta della Bolognina di Achille Occhetto ed è in prima fila nella nascita del Partito democratico della sinistra. Nel 1992 viene scelto come direttore de L'Unità. Due anni dopo la base del partito lo candida a segretario nazionale, ma Veltroni viene sconfitto da Massimo D'Alema per 249 voti a 173.L'occasione importante arriva nel 1996, quando Romano Prodi lo chiama a condividere la leadership de l'Ulivo e, dopo la vittoria della coalizione del centrosinistra, diventa vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni Culturali e ambientali con l'incarico per lo spettacolo e lo sport. Purtroppo, dura poco. Nel 1998 il governo Prodi cade, ma Veltroni continua a dedicarsi al partito e a consolidare l'alleanza tra cattolici e riformisti.Nel 2001 un'altra tappa importante della sua carriera politica: Veltroni viene scelto dal centrosinistra come candidato a sindaco di Roma in risposta alla Casa delle libertà che aveva indicato Antonio Tajani di Forza Italia. Veltroni diventa primo cittadino della Capitale ottenendo il 53% dei consensi. Cinque anni dopo viene riconfermato sindaco della Capitale con il 61,45% dei voti, miglior risultato nella storia delle elezioni comunali di Roma con l'elezione diretta del sindaco, con cui batte il candidato della Cdl Gianni Alemanno.Conclusa l'esperienza in Campidoglio, Veltroni torna al suo vecchio chiodo fisso: «Nel futuro di questo Paese - diceva già nel 1995 - ci sarà il Partito democratico». Per questo quando il Pd è ancora un embrione, nel maggio del 2007, Veltroni entra a far parte del Comitato nazionale per il Pd che conta 45 componenti e riunisce i leader delle diverse anime del partito. Veltroni viene candidato alla guida della nuova formazione politica, sostenuto da larga parte della Quercia e da ampi settori della Margherita, e affiancato, in ticket, da Dario Franceschini, presidente dei deputati dell'Ulivo.Veltroni presenta la sua candidatura alle primarie del partito il 27 giugno in un discorso al Lingotto di Torino, e non esita a definirla «la realizzazione del sogno della mia vita». Il Partito democratico nasce ufficialmente il 14 ottobre dello stesso anno: Veltroni è eletto segretario con il 75% dei voti. Nell'aprile dello scorso anno il primo, impegnativo, banco di prova: le elezioni politiche, che però consegnano la vittoria a Silvio Berlusconi e al Pdl. Ora, sedici mesi dopo, quel sogno si è infranto: «Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto».



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