CASORIAINRETE



"diffondere la verità è altrettanto importante che scoprirla"


martedì 3 marzo 2009


Il walfare prima di tutto

Correva l’anno di grazia 2007, precisamente novembre, come tantissimi altri amici e compagni dei Ds, della Margherita, Socialisti, Repubblicani, mi impegnai a sostenere, alle Elezioni primarie del neonato Partito Democratico, più precisamente Segretario Enrico Letta.
Com’è andata a finire lo sanno tutti, anche i meno appassionati alle vicende politiche. Oggi mi sono allontanato dall’impegno diretto nel Pd, come tantissimi italiani aspetto segnali di vita. Intanto devo sinceramente riconoscere ad Enrico Letta un punto in più rispetto a temi molto delicati legati al lavoro e alla previdenza. Sicuramente avrà pesato in questa formazione l’incarico di Ministro del Lavoro del primo Prodi.

Propongo quindi un intervista rilasciata da Enrico Lettaad Antonio Polito, pubblicata su «Il Riformista» di martedì 3 marzo.
Tanto costa l'intervento proposto dal Pd a favore di chi perde il lavoro. Una base di partenza per «la grande riforma degli ammortizzatori sociali. È il momento per farla Come si può pensare di affrontare la più grande crisi che la storia italiana ricordi nel dopoguerra con la "deroga"?».
Lei è il responsabile del dipartimento Welfare: sapeva della proposta lanciata da Franceschini dell'assegno mensile a chi perde il lavoro?

«Questa è una proposta che sta dentro i disegni di legge già presentati in Parlamento dal Partito democratico. Io la condivido e bisogna raccontarla per quello che deve diventare, cioè la grande riforma degli ammortizzatori sociali. La riforma di cui il nostro Paese da tempo ha bisogno perché l'Italia, rispetto agli altri paesi europei, ha ammortizzatori sociali da economia fordista degli anni '70».Tra l'altro in mezza Europa l'assegno mensile per chi perde lavoro c'è già...
«Da noi il problema è aggravato dal fatto che abbiamo 15 anni alle spalle in cui è nata una nuova tipologia di lavoratori, la grande famiglia dei parasubordinati con tutte le forme di lavoro che si sono create nel tempo a partire dal vecchio co.co.co. Tutto questo mondo del lavoro, negli anni, ha svolto mansioni che in molti casi erano da contratto a tempo indeterminato».Soprattutto nel pubblico...

«Dovunque. Il problema è che se a quelle persone non viene confermato il contratto parasubordinato si trovano prive di qualunque tipo di copertura. C'è qualcosa che stava dentro il protocollo sul Welfare fatto nel 2007 dal governo Prodi, che assegna ad alcune di quelle tipologie di lavoro forme per sei mesi, per qualche mese con assegni che sono oggettivamente da rivedere. Ma il tema oggi è un intervento universale, che ci collega subito alle tesi di Boeri e Garibaldi».Universale vuol dire che andrebbe a chi ha perso il lavoro ma anche a chi non ce l'ha?
«Universale vuol dire che è rivolto a chi perde il lavoro, qualunque lavoro faccia».E chi invece non t'ha mai avuto?
«Su questo c'è il secondo tempo dell'intervento, sul quale però la riflessione va ancora approfondita e sul quale i costi sono molto maggiori».Soltanto per chi perde il lavoro, avete un'idea di quanto costerebbe?

«Dieci miliardi. Che possono essere spalmati, non è che bisogna fare tutto e subito. Il motivo per cui insistiamo su questa proposta è che il governo ha trovato otto miliardi e li ha sbandierati. Ed è un fatto positivo perché sono un mix tra risorse statali e risorse delle Regioni. Un accordo su otto miliardi di euro da usare per gli ammortizzatori sociali. La differenza con la nostra proposta sta nel fatto che noi diciamo che una cifra del genere, in un colpo solo per protezioni sociali di chi perde il lavoro, non si è mai vista.
Approfittiamo del momento, facciamo adesso la riforma. Il Governo invece dice: no, usiamo questi soldi per rimpolpare i vecchi strumenti, cioè la cassa in deroga. È questa la nostra critica. Anche terminologicamente, come si può pensare di affrontare la più grande crisi che la storia italiana ricordi nel dopoguerra con la parola "deroga"?
Già culturalmente è un errore. Dobbiamo trovare una via maestra per affrontare questo problema, non una deroga. La deroga dà l'idea che non funzioni lo strumento che abbiamo, cioè la cassa integrazione che è pagata soltanto dalle grandi imprese e che però in deroga va poi in modo discrezionale a seconda di cosa decide il ministero del Lavoro e del Welfare. Insomma, è questo il momento di fare la riforma. È questa la sostanza della nostra proposta».
Allora, quando Berlusconi dice che costerebbe troppo, 1 punto e mezzo di Pil, a che cosa si riferisce? All'intera riforma degli ammortizzatori?

«Sì. Si riferisce anche all'idea di inserire un reddito minimo di cittadinanza. Ma questo che noi proponiamo ha un costo di dieci miliardi di euro, otto già ci sono, e aggiungo che ci sono anche altre risorse a cui si può attingere. Ad esempio, ci sono tre miliardi e ottocento milioni di euro che sono gli utili non redistribuiti della Cassa depositi e prestiti. Stanno lì. Utilizziamoli per uno strumento di questo genere. La Cassa depositi e prestiti, come lei sa perché il suo giornale ha fatto una campagna molto importante sul tema del credito alle imprese, esiste. Esistono due grandi capitoli: protezione sociale per chi perde il lavoro e anticipo da parte della Cassa depositi e prestiti alle imprese dei crediti che le imprese vantano nei confronti della Pubblica amministrazione. Si calcola tra i 50 e i 60 miliardi di euro. La pubblica amministrazione, strozzata dai tagli che arrivano dall'alto, si rifà sulle imprese chiudendo rubinetti e spostando il pagamento a 12, 18 mesi».
Secondo lei, perché, dato che questa idea dell'assegno mensile è molto popolare e non costa così tanto come lei dice, un governo come quello Berlusconi, molto attento al successo popolare delle sue iniziative e soprattutto mai particolarmente preoccupato delle virtù del bilancio pubblico, è invece improvvisamente diventato così sparagnino e rigorista?

«Una parte della risposta riguarda la linea, che Tremonti sta seguendo e che io non critico, della massima attenzione alla credibilità dei conti pubblici italiani dentro il mercato internazionale. È di questo weekend la notizia che dà di Irlanda e Grecia come due economie che rischiano la bancarotta. Diamo ormai per assodato che almeno un terzo dei paesi dell'Est europeo sono sostanzialmente in bancarotta, se non ancora tecnicamente. Quindi esiste la possibilità per un'economia moderna di trovarsi travolta dalla crisi come ora sono travolte le banche. Penso che sia il momento nel quale l'attenzione alla credibilità dei nostri conti pubblici è fondamentale, quindi fa bene Tremonti. Però è vero che il giudizio che ogni mercato internazionale guarda è composto di due cifre. Una che sta sopra e una sotto, cioè il Pil. Ecco perché penso che il problema italiano sia dare una risposta a queste 300-500mila persone che rischiano di perdere il posto di lavoro, perché se non si dà una risposta a quelle, l'effetto depressivo sui consumi e sul Pil sarà un disastro».

Nessun commento: